giovedì 7 dicembre 2017

Di Gatto Felice, e della beatitudine


Da tempo non scrivo di un albo per il puro gusto di farlo. Per dire, semplicemente: “Questo libro è bellissimo, non potete farne a meno, compratelo.”

Perché, la maggior parte delle volte, io i libri li leggo anche per utilizzarli in classe. E spesso c’è questa sorta di retropensiero, che potrebbe farmi perdere la strada. O, meglio, al contrario, costringermi su una strada fin troppo nota, e impedirmi di perdermi. Che, a volte, perdersi è necessario.

E insomma, c’è un libro che mi ha fatto tornare prepotente il desiderio di scriverne solo per scriverne. Non so nemmeno se lo sto facendo per chi ne leggerà, o se lo faccio principalmente per me, perché scrivere mi piace, e scrivere di una cosa bella è un lusso, una forza, una beatitudine.

Non uso a caso questa parola: ogni volta che apro, sfoglio, leggo



Gatto Felice

di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, Topipittori



è proprio il senso di beatitudine a impadronirsi di me. Proprio come fanno certi gatti (e anche certi cani).

Non so perché ciò avvenga, e per certi versi ho una sorta di pudore a tentare di raccontarlo: perché Giovanna è il mio editore, nonché il mio editor, e tutto quel che rischia anche solo vagamente di passare per piaggeria mi allontana, mi trattiene.

Eppure, Gatto Felice.

Mi chiama. È così. Ogni tanto - non c’entra nulla - mi viene in mente. E sorrido.

Mi immagino mentre lo leggo ai miei ragazzi. Che ho proprio voglia di farlo. Ma dev’essere il momento giusto. E non è detto che debba essere un regalo. Potrebbe invece essere una riconciliazione, la risposta a un momento di conflitto, di fatica, di disagio. A volte, di delusione. Ce ne sono, in classe. Eccome se ce ne sono.

E allora lo metto in borsa. E aspetto. Aspetto che quel momento arrivi. E, prima, ancora una volta, me lo gusto da sola.

Che poi, io le recensioni mica le so scrivere. So scrivere di quel che faccio in classe coi ragazzi. Questo faccio.

Però, come si fa a non scrivere di questo gattone, amico, fra l’altro, di un cuscino e due libri, con un gilet nero e un paio di pantofole a forma di zampe di gatto, e con i croccantini a forma di cuore nella ciotola gialla? Gialla come la luna che occhieggia dalla finestra.



Perché Gatto Felice, è chiaro, è amico anche della notte e, naturalmente, della luna.

E poi, in una notte estiva di gran caldo, Gatto Felice

“[…] siccome delle sue sette vite ormai gliene sono rimaste due, decide che è venuto il momento di partire.

Così parte come partono i gatti quando vogliono fare il giro del mondo.


In silenzio, da una porticina che c’è nel buio.”



Forse, ho pensato, Gatto Felice mi piace tanto perché è tutto il contrario di me: audace, viaggiatore, silenzioso. E vive le stesse avventure che vorrei vivere io, se ne avessi il coraggio.

E chissà se anch’io sarò capace, quando mi rimarranno solo due vite, di decidere che è venuto il momento di partire. In silenzio, da una porticina che c’è nel buio.