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lunedì 13 settembre 2021

Abitare le storie



Li abbiamo lasciati bambine e bambini. Li ritroveremo domani, dopo poco più di tre mesi, ragazze e ragazzi.

Non abbiamo assistito in prima persona a ciò che è avvenuto in questo tempo estivo: uno scatto di crescita da cui eravamo lontani, e che, proprio per questo, si farà notare in tutta la sua evidenza.

Non sarà solo una questione di centimetri: ci saranno volti ed espressioni differenti, sguardi più timidi o, al contrario, sicuri. Ci saranno voci con timbri forse diversi, posture e abitudini acquisite in tempi e luoghi altri da quelli che abitualmente condividiamo. Ci saranno nuove aspettative, desideri, necessità.

Forse saremo cambiati anche noi, o staremo per farlo: ricordo un alunno del ciclo precedente che, a fine quinta, scriveva di un mio cambiamento, negli ultimi anni di scuola. Un cambiamento non gradito.

Mi sono interrogata spesso su quanto fosse realistica – e condivisa – questa sua percezione; su quanto i miei cambiamenti fossero indotti dai loro o, piuttosto, dalla necessità di recuperare proprio gli scatti di crescita che mi ero persa via via, e che mi interrogavano, chiedendomi di essere un’insegnante diversa, come se anch’io dovessi cambiare muta per far spazio a una nuova me, in relazione con loro.

Leggevo, proprio ieri, il post di una libraia che, a proposito di accoglienza, chiedeva agli insegnanti di lasciar stare i libri e lasciar fare ai bambini, perché gli insegnanti valgono più di qualsiasi storia. Io invece ho pensato che le storie valgano altrettanto, e non solo come valore assoluto, ma ancor più per la relazione e il legame che creano con chi le fa proprie o le dona agli altri. Forse le storie sono gli spazi sempre nuovi che abitiamo mentre, insieme, continuiamo a crescere.

Perciò sono qui, in questo tempo piccolo che mi separa dall’incontro con le mie “nuove” ragazze e i miei “nuovi” ragazzi, a riflettere ancora una volta su ciò che sarà, e a confidare in un percorso che costruiremo insieme, dove, ancora una volta, abiteremo le storie ed esse ci abiteranno.

Perché, si sa, non si finisce mai di imparare, di crescere e di cambiare, e farlo insieme è ancora più bello.

 

venerdì 29 novembre 2019

Cosa c'è nella tua valigia?


Un giorno, nelle scorse settimane, ho letto, chissà dove: I bambini non sono più capaci di empatia.

Ora. A parte che, a me, le affermazioni tanto lapidarie quanto generiche generano sempre un enorme fastidio, mi chiedo: quali bambini? Non ho letto l’articolo, ero come sempre di corsa, e ora probabilmente non sarei neppure in grado di ritrovarlo.

Però, poi, sono tornata in classe, e ho letto ai miei Cosa c’è nella tua valigia?, di Chris-Naylor-Ballesteros, Terre di mezzo. E tutto si è capovolto.




I bambini e le bambine, forse non tutti, sicuramente molti, sono ancora capaci di empatia: sobbalzano all’idea che la volpe si faccia dare una pietra per rompere la valigia dello strano animale (Non può! Non è sua!), immaginano l’infelicità di chi sta per scoprire che ciò che era riuscito a trarre in salvo è ormai perduto, sorridono felici all’insperato finale (buonista? Probabile. Ma non ci importa, proprio per nulla).

E quando ho chiesto loro di scrivere a cosa avevano pensato mentre io leggevo, alcune frasi mi hanno stupito: 

Sono stati cattivi a rompere la valigia. Sono stati bravi a costruire la casa.

Mi ha fatto provare tristezza e felicità nello stesso momento.

Mi è piaciuto che il coniglio non voleva rompere la valigia.

Non era giusto che loro avevano rotto la valigia e poi [lo strano animale] aveva detto la verità ma quando rompi una cosa devi chiedere scusa.

Gli animali non credevano in lui.

Invece era vero che c’era la tazza e poi gli hanno spaccato tutto ma dopo hanno fatto amicizia e hanno sistemato il disastro e dopo hanno comprato altre tazze comunque la volpe è diventata amica e anche quello strano animale.

Che la volpe era un bullo. L’uccello era con la volpe. Lo straniero rimase a bocca aperta e avevano pitturato la casa.

Quando ti trasferisci in altri posti ci sono cose nuove forse ti emozioni o forse ti spaventi un po’. Ti ci devi abituare ti senti un po’ triste quando lasci la tua casa. Sentirai la mancanza della tua casa. Troverai nuovi amici.





Così, sull’onda (è proprio il caso di dirlo) delle riflessioni scritte da ciascuno, il giorno dopo ho chiesto di scrivere, questa volta sul proprio quaderno, cosa avrebbero portato in valigia, fossero dovuti partire per un viaggio.

E, ancora una volta, alcune pagine mi hanno mostrato che c’è speranza, almeno finché lasciamo fare ai bambini:








Come incomincia:

Un giorno arrivò uno strano animale, sembrava coperto di polvere, stanco, triste e spaventato.
Trascinava una grossa valigia.

-Ehi, ciao! Cosa c’è nella tua valigia?
-Nella mia valigia? Be’, c’è una tazza da tè.

-Una tazza da tè?
-È una valigia bella grande per una tazza così piccola!
-Sì, hai ragione. Ma ci sono anche un tavolo per appoggiare la tazza, e una sedia di legno per me, così posso sedermi.


 

-Ci sono un tavolo e una sedia nella valigia? Impossibile!
-Be’, è la sua valigia.
-Ma un tavolo e una sedia? Sul serio?
-Sì. E c’è anche una capanna di legno con una piccola cucina, dove preparo il tè. È casa mia.

Chris Naylor-Ballesteros, Cosa c’è nella tua valigia?, Terre di mezzo

venerdì 13 settembre 2019

La cosa più importante


Non è stata facile, la scelta del libro con cui (ri)cominciare il nostro cammino insieme. 
Nelle settimane precedenti il primo giorno di scuola, ho ripreso in mano molti albi conosciuti; altri li ho scoperti per contaminazione.  Ho fatto una prima scelta, da sola, e poi una seconda, con le colleghe.

Un libro ha suscitato l’approvazione di tutte: un albo che, forse, da sola non avrei scelto, ma la cui lettura attenta ha provocato tutta una serie di riflessioni a catena e contaminazioni ulteriori, che di giorno in giorno me ne hanno confermato la bontà.



Antonella Abbatiello, La cosa più importante, Giunti


Su tutto, la reazione unanime dell’intero gruppo (41 tra bambine e bambini, di cui tre nuovi iscritti, uniti nell’ascolto): risate, anticipazioni e riflessioni attente e subito personali.

Come incomincia:


Un giorno nel bosco di Pratorosso ci fu un’accesa discussione fra gli animali.
Il coniglio diceva: “La cosa più importante è avere ORECCHIE LUNGHE.
Chi ha orecchie lunghe si accorge subito di ogni piccolo rumore sospetto, del tuono, del pericolo, e può scappare in tempo.”
“Forse è così” pensarono gli altri.

Perché, alla domanda “Ma cos’è, secondo voi, la cosa più importante?”, queste sono state le risposte:

Essere diversi

Essere quelli che sono

Essere bravi a imitare gli animali

Essere se stessi

Essere bravi a scuola

Imparare

Curarsi

Non avere tutte le cose uguali

Ascoltare sempre quelli più grandi di noi

Giocare

Accogliere bene gli amici

Essere sinceri

Essere sempre quelli che siamo

Essere amici

Volersi bene anche se diversi

Chiedere scusa

Ascoltare sempre le maestre

Fare amicizia

Non dire le bugie

Non fare arrabbiare le maestre

Essere bravi

Non toccare i fiori con le spine

Giocare con gli amici

Volersi bene e giocare

Tenersi in forma

Non litigare e non farsi male

Chiedere come ti chiami

Essere a scuola e essere bravi

I colori del mondo


Così, utilizzando ancora una volta come modello la sagoma disegnata da Simona Mulazzani per Un posto silenzioso, di Luigi Ballerini, Lapis, ogni bambina e ogni bambino ha potuto disegnare se stesso e le cose per lei, per lui più importanti.

Così diversi, così uguali. Tante bambine, tanti bambini, una sola classe: anzi, due.












venerdì 13 ottobre 2017

I doni del Masetto - Attività di scrittura spontanea


Posto quest’oggi un grande regalo da parte di Sandra Minciotti, con cui, insieme ad altri quattordici colleghi, ormai diventati amici, ho avuto la fortuna di condividere i giorni del Masetto.

I primi giorni con la sua nuova prima sono stati caratterizzati da attività intense e dense di occasioni di scrittura spontanea per i suoi piccoli alunni.
Ho pensato che ho ancora molto da imparare, e che mancano pochi mesi, ormai.
Ecco il suo primo racconto:


Come lettura di accoglienza ho scelto, molto stranamente, per una brillante illuminazione giunta non si sa da dove, “La famiglia Topini va a scuola”.

I giorni seguenti i bambini hanno illustrato la storia disegnando la parte che li aveva colpiti di più e in questo modo siamo riusciti a ricostruire tutte le sequenze del testo: la conferma che albi come questo riescono a rispecchiare tutte le varietà di stati d’animo che si presentano nel variegato microcosmo formato da un gruppo di bambini, ognuno con la propria storia ed il proprio vissuto.

L’attività successiva è stata quella di raccogliere oralmente le parole significative che erano rimaste più impresse. Ho disegnato su un foglio appeso alla lavagna gli elementi nominati dai bambini, senza scrivere le parole. Molti hanno detto “grotta” anziché “galleria”. Abbiamo cercato di capire la differenza e una bambina ha dato questa spiegazione : non può essere una grotta, perché nella grotta ci sono gli orsi , non i serpenti. Non fa una grinza.

In seguito ho distribuito un foglio suddiviso in cinque righe e due colonne, nella prima dovevano disegnare l’oggetto e nella seconda scrivere il nome “come sei capace”. I bambini più insicuri hanno avuto bisogno di molte rassicurazioni, “ma io non so scrivere, maestra!”. In questo modo ho potuto capire in quale fase di concettualizzazione della lingua scritta si trovano.







La fase successiva è stata quella di chiedere ai bambini se i topini erano contenti di andare a scuola e perché; poi ho chiesto come si sentivano loro  prima di iniziare la scuola : felicE, contentO, contentA,

( abbiamo capito la differenza), emozionato, triste, impaurita, curioso. Hanno scritto anche  questi termini come erano capaci, dopo essersi disegnati.

A questo punto ho scritto ogni parola su una striscia di carta  e abbiamo finalmente lavorato  nel quaderno:

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA IO MI SENTIVO …

e ogni bambino ha ricopiato dal proprio foglietto.

Il giorno seguente siamo andati nel salone con il quaderno, i bambini si sono disposti in cerchio e al centro ho sparpagliato le strisce di carta con gli aggettivi. E’ iniziata così la CACCIA ALLA PAROLA, ognuno doveva trovare la propria osservando anche la lettera finale. E’ stato interessante vedere come ognuno abbia messo in atto una propria strategia, qualcuno ha utilizzato il quaderno, qualcun altro non ne ha avuto bisogno, si sono confrontati sul maschile e femminile,  dita piccoline che seguivano il succedersi delle lettere!

 Affascinante assistere alla scoperta della lettura, ero così coinvolta che ho dimenticato di fare le foto.

Infine abbiamo realizzato il cartellone incollando le parole.





Un’altra occasione di scrittura spontanea è stata la realizzazione della prima pagina del quaderno.

Dopo i canonici nome e cognome, anziché far scrivere “ITALIANO” ho preferito “IO SCRIVO” e ho chiesto ai bambini di disegnare le cose che avrebbero voluto raccontare  con le parole che avrebbero imparato e di scriverne il nome. Oltre a cuori, cagnolini vestiti da sposa, mostri, taCHIri ( tapiri che fanno uso di paracetamolo?), ci sono anche uno scorpione (il mio preferito) e anguille che sono piene di ETTICITA’ (elettricità dotata di senso morale?).  Storie di bambini.


(testo e immagini di Sandra Minciotti)

martedì 12 settembre 2017

Lenza e pazienza





Lenza e pazienza

Tutto il giorno con la lenza
tutto pieno di pazienza
vuoi vedere se ti riesce
di pescare almeno un pesce.




Così scrivevano F. e il suo nonno, la scorsa estate, sul diario delle vacanze.

Mi aveva molto colpito questa poesia, tanto che me la ricordo ancora a memoria. E mi è tornata in mente nei giorni scorsi, quando si è trattato di scegliere il simbolo del progetto annuale Intrecci da apporre sulle porte delle nostre classi, e la nostra collega, Susi, ha suggerito il pescatore.

Lenza e pazienza. Due parole che appartengono al pescatore. Due parole che credo debbano appartenere anche agli insegnanti.


 



Come pescatori, anche noi lanciamo le nostre esche, sperando di “catturare” quanti più pesci possibili. E non tutti i pesci, si sa, si fanno catturare subito.
Alcuni, in particolare, sembrano sfuggire a qualsiasi tipo di lenza possiamo lanciare loro. Ma quale soddisfazione, se infine si riesce ad agganciarli e a tirarli a riva.
Ed eccola, la pazienza: quella che serve per attendere ogni pesce, per rispettarne le abitudini di vita, la quiete, la fame. E per aiutarli a dare forma ai propri desideri.



Un desiderio

è un pesciolino tra le onde

fa capolino posi si nasconde

guardati dal chiedere che per forza

si esaudisca

che il tuo cuore nell’avere

non si appesantisca

che la brama di possedere

del potere

non ti vada di traverso come lisca!

Un desiderio è un pesciolino d’oro

il suo luccichio

è il vero tesoro

meglio guardarlo dalla riva

salutarlo quando arriva

scambiarsi mille gentilezza

lasciarlo andare.

È solo un pesce.

Silvia Vecchini, In mezzo alla Fiaba, Topipittori







martedì 13 dicembre 2016

Dove comincia l'accoglienza



S. è la ragazzina pakistana che qualche settimana fa ha scritto in un testo di voler diventare maestra. Ieri S. è stata la mia maestra.

In classe è arrivata da una manciata di ore una nuova compagna dallo Sri Lanka: sguardo dolcissimo, sorriso aperto, non conosce neppure una parola di italiano.
Venerdì ho chiesto a S.: “Devi aiutarmi. Cosa ti ha fatto più piacere, cosa ti è sembrato più bello, quando sei arrivata in classe con noi?”
Non mi ha risposto subito. Mi ha guardato sorridendo.
Le ho detto: “Pensaci. Me lo dici lunedì”

Ieri S. è entrata pochi minuti dopo A., la nuova compagna. Ci siamo salutate, le ho dato il tempo di sedersi, poi le ho chiesto: “Ci hai pensato?”
Non ho avuto bisogno di specificare a cosa. Lo sapeva benissimo.

Mi ha risposto: “Quando avete fatto i disegni e avete scritto i nomi”
Anch’io ho sorriso. Avremmo rifatto per A. quello che avevamo fatto due anni fa per S.
L’accoglienza, l’integrazione, per noi cominciano ancora da qui: