sabato 16 dicembre 2017

Quando i conti non tornano


A volte vorrei essere un ragioniere. Lavorare con i numeri, avere come unico obiettivo far tornare i conti. Confrontarmi anche con conti che non tornano, non dico di no; dover trovare il modo per rimettere al loro posto tutte le cifre, spendendoci pure un sacco di tempo. E poi, però, dormire sonni tranquilli.

Perché i numeri non hanno mal di pancia. I numeri non ti guardano  con occhi che vorresti saper leggere, non fanno facce strane perché non hanno capito. I numeri non vengono esclusi. Non osservano i compagni con sguardi a metà tra invidia e ammirazione. A volte, con sofferenza. I numeri non si sentono poco importanti. Non pensano di valere meno degli altri, solo perché corrono meno veloci, non sono vestiti all’ultima moda, non ricordano il congiuntivo trapassato. I numeri non hanno genitori da rassicurare, da contenere, da blandire, a cui chiedere più o meno attenzione. I numeri non si muovono, non si fanno male, non si picchiano. I numeri non fanno sciocchezze da bambini, di quelle sciocchezze che paiono, appunto, solo sciocchezze, per poi trascinarsi dietro litigi, pianti, recriminazioni. I numeri non devono chiedere scusa, perdonare, dimenticare, fare finta che non sia successo niente anche se hanno il cuore spezzato. I numeri non perdono le persone che sono loro care. I numeri non sanno cosa sono la morte e l’abbandono. I numeri non hanno occhi che fanno di tutto per trattenere le lacrime, mentre tu non sai cosa dire. I numeri non fanno la cosa sbagliata, sapendo già che è sbagliata, e che verranno rimproverati per questo. I numeri non cercano la tua attenzione. I numeri non ti fanno sentire inadeguata.

Però poi penso che i numeri neppure ridono. E nemmeno giocano a calcio, e a palla avvelenata. Non ti prendono in giro perché in mensa ci sono, ancora, gli spinaci. I numeri non ti raccontano le loro storie. Non ti abbracciano al mattino, quando arrivi. Non ti regalano disegni e poesie. Non scrivono frasi che fanno commuovere, arrabbiare, sorridere o ridere fino alle lacrime. Non leggono Porci al posto di Proci, scatenando il delirio. Non ridono alle tue battute, e tu non puoi ridere alle loro. Non fanno disegni magnifici, da lasciarti ammutolita. Non rimangono in maniche corte, in giardino, il 15 dicembre. Non si sdraiano per terra, incuranti del freddo, del fango, della pioggia. Non ti ascoltano leggere con gli occhi spalancati e in un silenzio che ha del miracoloso. Non ti guardano come se avessero capito tutto, o come se fossi tu, quello che ha capito tutto.

I numeri hanno valore a seconda del posto in cui li metti. E allora – penso – forse quel che più conta è aiutare chi numero non è a trovare il posto in cui dimostrare tutto il proprio valore.

E, quando i conti non torneranno, prendere un bel respiro e ricordarsi che i bambini non sono numeri.