martedì 6 novembre 2018

I cinque malfatti, ovvero "La prima ti dona"

C’è una frase che, da sabato, continua a ronzarmi nella mente.

“La prima ti dona”, ha esclamato un’insegnante, rivolta alla collega che ce lo ha raccontato.

Sarà vero che la prima ci dona? È così per tutti? E perché?

So bene che non esistono risposte universalmente valide; però, da sabato, sto provando a mettere ordine tra le mie.

Forse la prima ci dona perché ci permette di tornare a una dimensione in cui la relazione ha un ruolo imprescindibile nel processo di crescita e di apprendimento (io credo fortemente sia così anche ai livelli più alti dell’istruzione, ma sono altrettanto convinta che sia tanto più necessario quanto più i bambini e le bambine che ci vengono affidati sono piccoli; per noi, loro insegnanti, l’attenzione e la disposizione a creare una relazione positiva, equilibrata ed empatica diventa doverosa, oserei dire obbligatoria).

Forse la prima ci dona perché la richiesta della prestazione non si è ancora nettamente configurata, la necessità di verificare e valutare appare meno pressante e le capacità e le competenze di ognuno hanno ancora una dimensione molto liquida, che le rende non necessariamente imputabili a disturbi e difficoltà specifiche, ma spesso ascrivibili ai diversi ritmi di crescita e sviluppo.

Forse la prima ci dona perché la dimensione del gioco è ancora fortemente presente, l’accoglienza quotidiana un rito condiviso, la ricreazione un tempo che inizia prima e dura ben oltre il suono della campanella.

Forse la prima ci dona perché godiamo di un privilegio raro: vivere dall’interno, così da vicino da esserne parte, e parte attiva, il processo – che, dopo tutti questi anni, a volte mi appare ancora quasi magico – di apprendimento della lettura e della scrittura, in tutte le sue fasi e le sue concettualizzazioni.

Forse la prima ci dona perché possiamo tuffarci nelle profondità del pensiero bambino, che si esprime in tanti e diversi modi: attraverso la condivisione orale delle riflessioni di ognuno/a, la prima produzione scritta, la rappresentazione grafica.



 

Così, I cinque malfatti, di Beatrice Alemagna, Topipittori, ancora una volta ci fanno sorridere, ridere e pensare: perché lo sbagliato è diventato una patata nera?



Perché "il capovolto" è stato cancellato ed è diventato “la capovolta”?



Perché i malfatti sono diventati “manufatti”?


Poco importa: ciò che conta è che sono tutti divertenti e tutti diversi. Proprio come noi.


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