martedì 8 settembre 2015

Chissadove, ovvero L'accoglienza di piccoli e grandi (genitori compresi)

Un post "vecchio" di due anni, ma sempre attuale, tanto più che il libro è stato recentemente ristampato: non perdetevelo!


Settembre 2013

Sono una profana, e forse sto dicendo una bestialità, ma la copertina di questo albo

Chissadove



scritto da Cristiana Valentini per Zoolibri e illustrato con delicatezza dal giovane e talentuoso Philip Giordano (qui il suo blog), mi ha fatto immediatamente pensare a “L’albero della vita “ di Klimt





Per quest’opera ho una predilezione legata, come spesso mi accade, a momenti significativi passati con i miei ormai ex alunni e a un’attività che ha saputo stimolare passione e impegno e produrre risultati talvolta inattesi. Irrazionalmente non ho potuto fare a meno di pensare che con questo libro sarebbe avvenuto lo stesso.

Proprio questa mattina, con la mia amica Daria, che come me avrà le prime a settembre, ci si chiedeva “Con cosa iniziamo?”. Una risposta è stata: “Forse con la A di albero: mi sembra che ci sia così tanto, dentro…”

Ecco, nel pomeriggio, una possibile concretizzazione di questa risposta, ricca di significato come solo a volte ciò che è casuale riesce ad essere: Chissadove, una storia perfetta per i bambini, pensati dalla prima alla quinta, e tanto più per i genitori, che ce li affideranno per cinque anni…Proprio di fiducia si parlava ieri.




I piccoli semi di un albero sono impazienti di crescere e diventare a loro volta alberi, per poter finalmente parlare. Ognuno di essi vola via, chi lontano, chi vicino vicino, chi forse a chissadove.

Tutti tranne uno, che rimane attaccato all’albero. “Solo per un giorno!”, dice l’albero all’inizio, ma i giorni passano, e di motivi per non staccarsi l’albero e il seme ne trovano in quantità. Finché un mattino, una gazza…

Come incomincia:

In mezzo alla collina c’era un albero ricco di piccoli semi che crescevano silenziosi e impazienti di diventare alberi per poter un giorno parlare.
Per dire buongiorno”, “buonasera” e persino “precipitevolissimevolmente”…
Beh, forse non tutti ci riusciranno.
Un giorno fiorito arrivò il vento che accarezzò i rami e l’albero salutò i piccoli semi che iniziarono così il lungo viaggio per chissadove.
Per diventare alberi c’è chi volò al caldo sud,
c’è chi volò al freddo nord,
c’è chi volò, vicino vicino, dentro un vaso su un balcone.
E c’è chi andò, lontano lontano, forse a chissadove.
“Oh…” disse l’albero quando vide un piccolo seme attaccato alla sua chioma: “Sei ancora qui? Se non ti sbrighi perderai il vento!”
Ma il piccolo seme non si mosse. “Se non ti sbrighi perderai i tuoi amici!”.
Niente, il piccolo seme non si mosse.

VALENTINI – GIORDANO, Chissadove, zoolibri






Perché forse, riflettevo, al primo incontro con i genitori, prima ancora di parlare del materiale,  dell’organizzazione della giornata scolastica o delle regole, è necessario parlare di questi “semi”, che vengono affidati alla scuola, agli insegnanti, per tanta parte di tante giornate; perché se non c’è la necessaria fiducia, e la necessaria capacità di separare, e separarsi, per alcune ore, per il tempo passato in un ambito diverso da quello domestico, in un ambiente dove legami e dinamiche relazionali cambiano (e io genitore mi devo fidare se l’insegnante mi dice che mio figlio a scuola si comporta in un modo che io non riconosco…), tutto diventa più difficile, faticoso, a volte insormontabile. Perché se io insegnante non parlo occhi negli occhi con ogni genitore, fidandomi di lui e chiedendogli di fidarsi di me, della mia professionalità, del mio buonsenso, della buonafede con cui talvolta commetterò gli inevitabili errori (di cui chiederò scusa per primi ai bambini), allora mi manca quella capacità di educare educandomi, di tirare fuori da ogni bambino il meglio che può dare, chiedendo l’identica cosa a me stesso.

Qui  la sentita recensione della mia amica Maria Polita, di Scaffale Basso


In classe, dopo i primi giorni, l’albero di Chissadove con i suoi semini






si è trasformato nell’albero della classe, con gli autoritratti dei bambini


(so che sono due alberi diversi, ma non potevo fare differenze: le prime sono due!).

Buon inizio a tutti!

lunedì 7 settembre 2015

Storia piccola, la grammatica e i Libri P.I.P.Pi.

Su Apedario si inaugura oggi una nuova rubrica: i Libri P.I.P.Pi (o, più semplicemente, Pippi), ovvero i Libri Per I Più Piccoli. Un appuntamento a cui pensavo da mesi, vista la crescita in età del blog e, soprattutto, dei miei bambini, che con i loro lavori, le loro riflessioni, le conversazioni, i disegni, il blog lo fanno tutti i giorni.
Temevo che, centrando Apedario sull'attività didattica, si perdesse la sua natura originaria: quella di un blog che segue con particolare attenzione gli albi illustrati e li utilizza per insegnare a leggere e a scrivere. Temevo di perdere l'allenamento, e soprattutto di trovarmi impreparata quando, tra tre anni, sarò nuovamente in prima con i miei nuovi bambini, che quest'anno incominciano la scuola dell'infanzia.


Ho già scritto cosa penso riguardo le coincidenze e i colpi di fortuna: ma che il libro

Storia piccola


di Cristina Bellemo e Alicia Baladan, edito da Topipittori


fosse sullo scaffale dello Spazio Laboratorio La Cornice proprio venerdì, giusto in tempo per permettermi di inaugurare la rubrica, credo sia molto più che una semplice coincidenza.

Intanto, ho la fortuna, sempre grazie a La Cornice e, soprattutto, a Tommaso, di conoscere personalmente Cristina e Alicia, che due anni fa proprio qui presentarono La leggerezza perduta. Due belle persone, capaci di immergersi in un mondo piccino come quello del Laboratorio e fomentare il desiderio di poesia e di bellezza, colmandolo con parole e immagini.
La stessa coppia si ripresenta qui ed ora; scrivo mentre mi accingo a sfogliare il libro per la prima volta.


Non so se sarei riuscita a riconoscere dalla copertina il tratto di Alicia Baladan senza sapere chi fosse l'illustratore: e questo mi pare il segno della capacità di rinnovarsi e di mettersi a servizio della storia, accettando il cambiamento.
Credo anche di ricordare, da alcuni post di Paolo Canton, che la riuscita della stampa di questa speciale tonalità di rosso non sia stata semplice: e mi chiedo quanto lavoro, attenzione, cura, siano necessari per arrivare ad un albo il più possibile perfetto.


Apro il libro. La risguardia è ordine e delicatezza: gli alberi si stagliano puliti sul fondo chiaro, dove i sentieri formano una trama semplice e garbata.
Questa sobrietà, questa pulizia, continuano anche su colophon e frontespizio, dove nuovi alberi, di forme e colori diversi, sono al centro della scena, mentre autori ed editore sembrano ritrarsi per far spazio all'immagine.

Giro pagina, e mi ritrovo, attratta come sono dalle parole e dalla forma che assumono sulla pagina quanto dalle immagini, già rapita dal susseguirsi di due parole: 

E dentro

C'era una volta l'infinito.
E dentro l'infinito c'era una galassia.
E dentro la galassia c'era un pianeta.
E dentro il pianeta c'era un continente.
E dentro il continente c'era uno stato.
E dentro lo stato c'era un paese.
E dentro il paese c'era una collina.
E sopra la collina c'era un castello.
E in quel castello c'era una stanza.
E in quella stanza c'era un principe.

Principe Beniamino.



Immagino i visi e le espressioni dei bambini mentre leggerò queste righe, e prendo nota del fatto che, mentre leggevo, molti pensieri diversi mi hanno attraversato la mente: ma quello che non devo assolutamente dimenticare è che questo incipit è perfetto per riprendere con i miei bambini la grammatica, e con essa la distinzione tra articoli indeterminativi e determinativi.

Cosa c'è di più chiaro di l'infinito che contiene una galassia, una tra le tante?

Ma poi, una galassia diventa la galassia, perché è proprio quella che ci interessa, una sola tra le tante, e dentro la galassia c'è un pianeta, che nel verso successivo (verso, certo, perché questa prima pagina non è nient'altro che poesia, o filastrocca, in ogni caso un luogo in cui il ritmo e il suono delle parole concorrono in modo essenziale al loro significato) diventa a sua volta, ormai è chiaro, il pianeta. E così via.
E poi dentro, sopra, quello, quella. E la corretta scrittura di c'era.
E Principe Beniamino, alla fine della pagina, un verso solitario, diviso dalla strofa precedente, e senza articolo, neppure quello determinativo – però con due maiuscole (vi ricordate, bambini, quando si usano le maiuscole?).


La grammatica, dicevo, certo. Perché la amo, perché dà forma e significato alla parola. Perché, per fortuna o purtroppo, raramente dimentico di essere una maestra, e da maestra ho sempre fatto grammatica a partire dai libri e dai testi letti in classe, senza mai dividere la riflessione linguistica dalla lettura e dalla scrittura, e possibilmente su un unico quaderno, perché tutto sia unito, collegato.

Ma il libro prosegue, e le parole mi hanno distolto dall'immagine successiva: solo ora forse posso capire perché la ricerca di quella speciale tonalità di rosso sia stata così complessa.


Giro nuovamente pagina, ed eccolo, Principe Beniamino.

Anzi:

C'era una volta Beniamino.

Un bambino, un bambino come tutti, anche se nato da una Reginamamma e un Repapà. Un bambino fortunato, non tanto perché Principe, ma perché potrà crescere e imparare “ [...] le cose. E le parole musica delle cose, e le parole che fanno le cose.”

Non posso impedirlo: penso ai tanti, troppi bambini che non potranno crescere, non potranno imparare. A quelli che hanno avuto almeno l'onore del ricordo, e del cordoglio del mondo, perché divenuti simbolo, e ai tanti, troppi, di cui non conosceremo mai il nome.

Beniamino cresce, e con le parole crea il mondo: il suo e quello dei suoi genitori, che per la felicità cavalcano, danzano, piantano un albero d'olivo, si tuffano



fanno posto nel lettone, spalancano porte, ridono. E poi, quando Beniamino è pronto, dopo una festa grande quanto quella per la sua nascita, Reginamamma e Repapà di fermano e...

In quell'istante che era dentro un minuto.
E in quel minuto che era dentro un'ora.
E in quell'ora che era dentro un giorno.
[...]”


Non posso proprio svelarvi il finale: posso solo dirvi che è il finale perfetto.

http://www.topipittori.it/it/catalogo/storia-piccola 


 
Un'ultima cosa, a proposito dei Libri Pippi: io credo che spesso, quando ci si trova di fronte alla letteratura per l'infanzia, distinguere tra libri per grandi o per piccoli perda di significato. Lo facciamo per comodità, per abitudine, per darci delle regole, per classificare (cosa, questa, in cui l'uomo è maestro).

Storia piccola inaugura i Libri Per I Più Piccoli: ma provate a leggerlo ad alta voce alla prima assemblea dei genitori, magari dei nuovi iscritti, e diventerà immediatamente un libro per tutti.

sabato 5 settembre 2015

Adesso che so leggere



Adesso che so leggere
le parole scritte
leggo a mio fratello
le storie che non sa
Basta, non ne ho voglia
gli ho detto ieri sera
arrangiati da solo!

e lui che non sa leggere
col libro a gambe in su
mi ha letto serio serio
una storia che non c'è
Una storia che volava
e così a gambe in su
che le parole scritte
non la prenderanno mai

Giusi Quarenghi, E sulle case il cielo, Topipittori



venerdì 4 settembre 2015

giovedì 3 settembre 2015

Letture estive (29): Piccole bugie, mezze verità, grossi pasticci



Per i miei alunni innamorati del calcio, una storia divertente

Piccole bugie, mezze verità, grossi pasticci


di Annette Neubauer, Il battello a vapore, Piemme


Costretto a cambiare casa e quartiere, afflitto dalla mancanza di lavoro del padre, Luca decide di conquistare la simpatia dei nuovi compagni raccontando che il babbo è un campione di calcio. Non è proprio una bugia, ma nemmeno la pura verità...Il problema è che a un certo punto la storia comincia a sfuggirgli di mano, ed è allora che iniziano i guai!


Come incomincia il primo capitolo Parola d’onore!

“Luca gironzola per il cortile. Senza farsi notare, sbircia di qua e di là. Nessuno fa caso a lui. È arrivato nella nuova scuola da appena due settimane. Inizialmente i suoi compagni, incuriositi, l’hanno bombardato di domande sugli argomenti più disparati: se va in skateboard, se gli piacciono i ratti, che scarpe da ginnastica e quali tatuaggi preferisce. Ma Luca non va in skateboard, né tanto meno ha simpatia per i ratti. E in quanto a scarpe da ginnastica e tatuaggi, finora, non ci ha mai ragionato più di tanto.
Adesso si aggira come un lupo solitario in cerca di una qualsiasi scusa per chiacchierare con qualcuno. Ecco: sotto la struttura per l’arrampicata c’è Tobia. Da solo! Di solito va sempre in giro con Vanessa e Fabian. Invece oggi dei due non c’è nemmeno l’ombra.
Luca si caccia le mani in tasca e si dirige, ostentando disinvoltura, verso il compagno.
-Ne vuoi?- gli chiede Tobia, porgendogli un sacchetto pieno di gelatine.
Luca annuisce e ne prende una manciata.
-Mio papà lavora in una fabbrica di dolci. Grandioso, no?- spiega Tobia.
-Mmm…- risponde Luca, addentando una gelatina.
-E il tuo? Cosa fa?- s’informa Tobia curioso.
Luca ci pensa un po’. Suo padre è spesso a casa, cucina, fa i cruciverba e beve caffè. O gioca a pallone.
-Mio padre è un calciatore- dichiara.”

mercoledì 2 settembre 2015

Mercoledì al cubo (10) e libri P.I.P.Pi. : Cappuccetto e il viaggio in autobus

Di mestiere faccio la maestra. Dev'essere per questo che, leggendo, ho sempre attribuito una sorta di supremazia alle parole sulle immagini. Questa “forma mentis” fatica ad abbandonarmi anche ora, che frequento intensamente e con amore gli albi illustrati. Le illustrazioni mi colpiscono, mi attirano, mi interrogano, ma sono le parole le prime a cui chiedo conto dei significati.

È capitato così anche pochi giorni fa, quando ho aperto per la prima volta

Cappuccetto e il viaggio in autobus


di Marianne Dubuc, La Margherita Edizioni


L'ho sfogliato lentamente, pagina per pagina, leggendo le poche parole che accompagnavano ogni immagine. Sono arrivata alla fine, l'ho chiuso, e ho sentito impellente il bisogno di ricominciare dall'inizio, alla ricerca di tutto ciò che mi era sfuggito. E mentre scrivo, non vedo l'ora di leggere le versioni di Briciole di Pollicino e Scaffale Basso, per scoprire quel che anche loro hanno visto.


Intanto, scopro che la copertina della prima versione, quella a catalogo per l'editore La Margherita, porta semplicemente il titolo L'autobus: in effetti, quasi nulla farebbe supporre che la protagonista, che attende alla fermata, possa avere qualche legame con Cappuccetto Rosso, anche se, osservando attentamente, possiamo notare che nella mano destra tiene un cestino, e che indossa un golfino rosso. Può bastare?

Le risguardie sono rosse, nient'altro che un uniforme distesa di rosso; il titolo si presenta accompagnato dal nome dell'autrice e dell'editore in una pagina completamente bianca. Ma appena giriamo pagina, l'immagine prende il sopravvento, e un autobus spunta da sinistra, mentre nella pagina di destra la bambina, per mano alla mamma, attende.

Ecco, è salita, e girata di spalle saluta la mamma che rimane per strada, mentre intorno a lei un gruppo di animali occupa dignitosamente i posti a sedere: una nonna gatta con la cuffietta sferruzza quella che sembra una sciarpa (rossa), due conigliette in divisa scolastica si apprestano ad andare a scuola, un minuscolo topino è seduto dietro un grosso orso con stivali azzurri e una tartaruga con la sporta per la spesa. La bimba è lì accanto, saluta con la mano la mamma, e alla sua destra un bradipo sonnecchia.

Ora le conigliette sono pronte per scendere, e la protagonista ha preso posto accanto a nonna gatta. Ci dice: “E' la prima volta che prendo l'autobus da sola” e prosegue, nella pagina accanto: “La mamma mi ha dato un cesto con la merenda. E una mantella, in caso avessi freddo.” Il cesto per la merenda è per la bimba, non per la nonna, e la mantella è dentro il cesto (non può certo essere il golfino, vero?).

Peraltro, la bimba se l'è già tolto, e afferma, con la sicurezza dei bambini: “Ma io non avrò freddo, ne sono sicura.” Intanto le conigliette scendono, nonna gatta continua a sferruzzare e sull'autobus sono saliti mamma talpa con i suoi tre piccoli...

una signora piccione col cappellino e una capra che dona un fiore alla bambina. I tre piccoli talpini scorrazzano ovunque sul bus, ma per fortuna nonna gatta si prepara a scendere.




MI fermo qui: non ho nessuna intenzione di rovinarvi il divertimento e la sorpresa. Ma aprite questo libri davanti agli occhi di un piccoletto (non importa se conosca o no Cappuccetto Rosso) e vi assicuro che farete fatica a richiuderlo,

Io non ho più bimbi piccini a cui mostrare questo libro, e non sono sicura che ci sarà modo ed occasione per mostrarlo ai miei alunni: ma è sicuramente un libro adatto ad inaugurare i miei libri P.I.P.Pi. (Per I Più Piccoli), una rubrica che troverà spazio ogni lunedì su questo Apedario ormai un po' cresciuto.
In fondo, mancano solo tre anni per una nuova prima elementare... 

martedì 1 settembre 2015

C'è nell'ultimo boccone di calma

C'è qualcosa di nuovo, nell'aria, se il libro di testo che ho scelto per il nuovo anno con i miei bambini si apre con una splendida poesia di Silvia Vecchini, tratta dal suo

Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno



edito da Topipittori


C'è nell'ultimo boccone di calma,
nella scolatura dei giorni
una felicità perfetta:
ancora una settimana di sole
un bagno, un giro scalzo in bicicletta,
l'altalena in piedi -
la scuola è dietro l'angolo
ma ancora non la vedi.
Nell'aria trasparente una luce d'oro:
l'inizio di settembre è zucchero
nel fondo del bicchiere,
dell'estate l'ultimo tesoro.

Silvia Vecchini, Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, Topipittori


C'è davvero da sperare se qualcuno dei molti che si occupano di libri di testo per la scuola primaria è riuscito finalmente ad uscire dal giro dei soliti (libri, autori, case editrici) e a proporre scelte nuove, coraggiose, controcorrente. Grazie a Patrizia Ceccarelli e al suo Maggiolino, ed. Raffaello.