giovedì 23 novembre 2017

Riprendiamoci la scuola


C’è una parola che credo dovrebbe stare al centro dei pensieri di ognuno: è la parola benessere.

Essere bene, stare bene, noi e le persone che sono intorno a noi. Perché il benessere si propaga a cascata, e i suoi effetti benefici durano ben oltre il momento contingente.

Ci penso spesso, tanto più in giorni come questi, in cui pare che molto, intorno, rischi di minacciare questo stato. Mi è stato però insegnato che ogni cosa che accade è anche, prima di tutto, di mia responsabilità. Così, da sempre mi chiedo cosa possa fare io per prima, per garantire benessere a me e a chi mi viene affidato ogni giorno: cosa possiamo fare, noi insegnanti, per noi stessi e per i nostri ragazzi.

E mi vien voglia di ripartire da quelli che recentemente ho chiamato “poteri”: senza enfasi, perché, davvero, sono tutti in nostro potere.

Possiamo sorridere: perché anche il sorriso, come lo sbadiglio, è contagioso.

Possiamo accogliere, perché è nell’accoglienza che si dà relazione.

Possiamo, dobbiamo, nell’accoglienza e nella relazione, essere fermi, e con fermezza agire, parlare, ascoltare, rispondere: perché la fermezza non è rigidità, ma consapevolezza di ciò che si è, dei propri limiti, delle proprie capacità, delle proprie competenze.

Possiamo, dobbiamo, muoverci nell’assoluto rispetto, chiedendolo per noi e per chi vive con noi, e dandolo ad ognuno, senza riserve.

Possiamo pretendere che vengano riconosciute la nostra professionalità e la nostra autonomia, dimostrando in ogni momento di essere pronti a risponderne.

Possiamo, insegnanti e alunni, riprenderci la scuola, che è casa nostra, e farne ogni giorno un luogo di benessere.

mercoledì 22 novembre 2017

Io dico no, ovvero Il ricatto delle ricadute didattiche

Io dico no alle mie idee quando non vanno bene.
Io dico no a me stessa quando sto per fare una cosa che non devo fare.
Io dico no a scelte che avrei preferito non seguire.




Io ci provo. Ci provo davvero.
Mi riprometto che, almeno per una volta, il libro che ho scelto di leggere in classe sarà letto per il puro piacere della lettura, senza nessun altro scopo, nessuna attività, nessuna ricaduta didattica.
Leggo. 
E mentre leggo, ad alta voce, davanti agli occhi e alle orecchie attente delle mie ragazze e dei miei ragazzi, oppure alla fine, quando le parole del libro ancora si riverberano dentro di me, o dopo un paio di giorni, quando ormai sono ben sedimentate, ecco la folgorazione, l’idea a cui non posso rinunciare.

Mi è successo anche con

Klaus e i Ragazzacci

di David Almond, Sinnos (qui la trama del libro)


L’ho letto ai ragazzi in due giorni. E due giorni dopo, ho pensato che sarebbe stato bello chiedere loro di produrre un testo scritto a completamento della frase Io dico no


Questi i due testi collettivi, realizzati unendo una sola frase per ogni ragazza/o:


Io dico no a chi mi chiede sempre il materiale.
Io dico no a chi mi dà fastidio.
Io dico non a chi non sogna.

Io dico no quando ho paura di fare qualcosa.

Io dico no alle persone che sbagliano, per fare in modo che non sbaglino più.
Io dico no alle persone presuntuose.

Io dico no ai bulli.

Io dico no quando credo che un’azione sia sbagliata.
Io dico no quando una cosa è brutta.

Io dico no quando c’è bisogno di andare in mensa.
Io dico no alle persone che si vantano.

Io dico no alle persone che mi obbligano a fare qualcosa che io non voglio fare.
Io dico no ai miei compagni

Io dico no quando non voglio mangiare le cose che non mi piacciono.
Io dico no alle cose che costano molto perché non voglio che la mia famiglia perda la ricchezza.

Io dico no a chi mi vuol far alzare dal divano o dal letto.
Io dico no all’esclusione.

Io dico no ai ladri.
Io dico no ai dispetti.

Io dico no alla guerra.
Io dico no all’odio.

Io dico no a tanti animali.
Io dico a R. C. perché continua a comandare e a lamentarsi degli altri.

Io dico no ad alcuni miei compagni come loro lo dicono a me.
Io dico no quando c’è da dire no.




Io dico no alla gente che mi offre la caramella, soprattutto se non la conosco.
Io dico no quando serve dirlo.

Io dico no all’inquinamento; l’elettricità ci serve, ma ci servirebbe anche un’aria senza smog.
Io dico no alle esplosioni perché sono brutte azioni.

Io dico no quando mi arrabbio.
Io dico no alle persone che credono di essere i capi del mondo e a quelli che si fermano sulla propria strada e si sentono in colpa o di troppo.

Io dico no ai dentisti che ti mettono gli attrezzi in bocca e fanno male.
Io dico no alle mie idee quando non vanno bene.

Io dico no quando mi propongono una cosa cattiva.
Io trasformo la partenza di mio fratello con un “no” di non andartene.

Io dico no alle paure.
Io dico no a chi sporca la natura.

Io dico no alle persone che certe non pensano che faranno del male.
Io dico no alla crudeltà.

Io dico no quando non sono d’accordo, in qualsiasi cosa, con qualsiasi persona.
Io dico no alla guerra che distrugge tutto e tutti.

Io dico no alla morte.
Io dico no alla schiavitù.

Io dico no alla violenza.
Io dico no a chi voglio dire no, dico no a quello che voglio e nessuno me lo deve impedire.

Io dico no all’Isis.
Io dico no alle bugie.

Io dico no a quello che non mi sta bene, cioè quello che penso non sia giusto, come la violenza, i bulli e la guerra.
Io dico no a scelte che avrei preferito non seguire.

Io a volte cerco di dire no alla mamma, per esempio per i compiti oppure per la zucca frullata: non è buona.
Io dico no a me stessa quando sto per fare una cosa che non devo fare.

lunedì 20 novembre 2017

Chi sono io? Io ero e io sono ancora un'inifinità di cose






A scrivere s’impara scrivendo.
Credo molto in questa considerazione. Ci credo al punto che ogni giorno passato senza scrivere con i miei ragazzi, mi sembra un giorno perso.
C’è una produzione testuale quasi obbligata, soprattutto una volta arrivati in quinta. È il testo in cui ci si descrive, si racconta di sé, dei propri gusti, delle proprie passioni.
Mi spaventano sempre un po', le tappe obbligate. È come se le avessimo rivestite, appunto, di un ruolo. E sappiamo bene quanta fatica richieda, conformarsi ad un ruolo.
Così, anche questa volta ho pensato che ci volesse un libro per permettere ai ragazzi di parlare di sé in modo non banale, e soprattutto provando a descrivere i molteplici io che compongono ognuno di noi. Per farlo, ho chiesto aiuto a Rodari.

Da tempo avevo nello scaffale questo agile volumetto



Chi sono io?

I primi giochi di fantasia




di Gianni Rodari, a cura di Carmine De Luca ed edito da Einaudi per la collana ET scrittori

in cui il protagonista Totò, attraverso un’unica domanda posta di volta in volta a persone diverse, si riconosce e costruisce la propria identità di figlio, bambino, fratello, nipote, cugino, scolaro, pedone, passeggero e tante altre cose ancora, tante quante ognuno di noi può immaginare per sé stesso.


Ed è proprio a partire dalle infinite risposte a questa domanda che ogni ragazzo/a ha scritto il proprio testo.



Chi sono io?






































 



















sabato 18 novembre 2017

giovedì 16 novembre 2017

Chi sono io? Shamsa e Amine


L’uso delle nuove tecnologie, ed in particolare del computer in classe, ha portato almeno un indubbio vantaggio: la possibilità di sostenere i ragazzi che ancora non padroneggiano perfettamente l’ortografia, il lessico, la sintassi della lingua italiana.

Solitamente producono il loro testo in completa autonomia in prima copia; poi mi affianco per riflettere con loro e riscrivere il testo nel modo più corretto e scorrevole possibile, per una lettura più agevole per loro stessi e per gli altri.

Mi pare che l’inclusione vera passi anche da qui.

Chi sono io?

Io sono Shamsa.

Io sono pakistana, perché sono nata in Pakistan e parlo in urdu.

Io sono una scrittrice, perché mi piace scrivere; la nostra maestra Antonella mi ha fatto imparare la scrittura e la lettura in italiano, e a me è piaciuta la scrittura.

Io sono un’alunna perché frequento la classe 5^ e sono una studentessa, perché vengo a scuola a studiare.

Io sono figlia di Saima e di Afzal; io sono nipote di Bishir e Mida, che vivono in Pakistan, a Mararpur. Io sono cugina di Faiza, che vive nella stessa città dei nonni e ha sei anni. Io sono una sorella maggiore, perché ho due fratelli, Raza e Bilal, e una sorella, Tanzila, tutti più piccoli di me.

Io sono amica di Sadiqa e Tayyba, due ragazze più grandi di me, che vivono in Pakistan e che conosco fin da quando sono piccola, perché abitano vicino a casa mia.

Io sono di carnagione più scura di alcuni dei miei compagni, perché la mia pelle è marrone.

Io sono di Mararpur, perché è la mia città preferita.

Io sono golosa di “gol gape”, piccole patatine a forma di cerchio, e di “lesy”, altre patatine, perché mi piacciono molto.

Io sono un’amante delle fattorie, perché in Pakistan ne ho una, dove ci sono un cane, due mucche e c’erano anche i vitelli.

Io sono una ragazza.

Io sono silenziosa, perché in classe non parlo così tanto; parlo di più con le maestre, meno con le compagne.

Io sono paurosa, perché ho paura del buio.

Io non sarò mai cattiva, perché non mi piace essere cattiva con nessuno.

Io sarò brava in italiano, e la mia maestra dice che sono già molto brava adesso, perché ho imparato tantissime cose da quando sono arrivata in Italia, perché mi piace fare italiano.






 
Chi sono io?
Io sono Amine.
Io sono bravo a giocare a calcio in difesa. Ho imparato a 6 anni, non mi sono più fermato e non mi fermerò nemmeno quando sarò grande. Io vorrei essere un bravo calciatore, almeno i miei genitori mi fanno i complimenti, perché sono bravo sia in porta sia in difesa e mi diverto. Non mi sono ancora iscritto alla scuola calcio, ma quando giochiamo insieme a scuola i miei compagni mi dicono che sono bravo. Io non sarò mai un ciclista, perché si deve pedalare un sacco e io non voglio fare così tanta fatica.
Io sono un amante del profumo della natura, perché è lei che ci fa vivere.
Io sono un alunno e sto imparando quello che prima non sapevo. Le mie insegnanti mi stanno aiutando a imparare. Quest’anno sono in 5^ e l’anno prossimo andrò in 1^ media, ma verrò ogni giorno a salutare i miei insegnanti.
Io vorrei essere un bravo maestro che non sgrida. La maestra Antonella ci ha letto un libro in cui c’era un insegnante che non sgridava mai e io voglio essere come lui.
Io sono marocchino, ma sono nato in Italia. Spesso, durante l’estate, vado al mio paese, che si chiama Beni Melal. Mia sorella è nata in Italia come me, invece mio fratello in Marocco, come mio papà e mia mamma.
Io sono un appassionato di cuccioli di cane perché sono bellissimi.
Io non sono appassionato della scuola.



martedì 14 novembre 2017

Un passo indietro


Servono, i passi indietro: per avere una prospettiva più ampia, per evitare di soffermarsi troppo su un unico dettaglio, per provare a cambiare direzione.

Spesso, un passo indietro è il movimento più semplice per adeguare il proprio punto di vista a quello altrui, o per ritrovare chi si è attardato. A volte, un passo indietro può aiutarci a scendere da quel piedistallo che potremmo esserci costruiti da soli.

Da ogni passo indietro, possono sicuramente nascere nuovi passi avanti.

Se c'è qualcosa che in questi 30 anni di scuola ho imparato,  è a non intestardirmi.
Capita, a volte, che un’attività, un progetto, una lettura cui tengo in modo particolare, si rivelino inadeguate ai ragazzi, o non diano i risultati sperati e attesi.
Me ne faccio una ragione, e vado oltre, nella consapevolezza che anche i fallimenti hanno sempre qualcosa da insegnare.




Quando ho nascosto la copertina del libro che mi apprestavo a leggere nelle due classi, non l’ho fatto tanto perché i ragazzi fossero invogliati a indovinarne il titolo, ma piuttosto per evitare che proprio dal titolo potessero trarre indicazioni che avrebbero svelato loro il mistero ben prima del finale. Mi aspettavo che la lettura li appassionasse e li coinvolgesse tanto quanto era successo a me. 
Non è andata così.
Certo, sembrava ascoltassero attentamente; qualcuno ipotizzava misteri ben celati, o trame avvincenti. Ma quando, dopo la lettura dei primi capitoli,  ho chiesto loro cosa ne pensassero, molti mi hanno risposto che il libro era noioso, o che non era il loro genere.
Così ho pensato di fermarmi, non senza prima aver chiesto a tutti di provare a indovinarne il titolo, ben sapendo che sarebbe stato molto difficile, dopo la lettura di così pochi capitoli.











Eppure molti di loro hanno scritto proprio il titolo della prima edizione del romanzo di Clive Barker, La casa delle vacanze, che in questa nuova pubblicazione è diventata

La casa degli anni scomparsi







Nessuno però ha indovinato il nuovo titolo, proprio quello che mi aveva spinto a ricoprire il volume.
A questo punto, senza svelare nulla del seguito per non rovinare la sorpresa a chi vorrà proseguirne la lettura, ho chiesto loro di provare a immaginare le ragioni di questo titolo. E anche in questo caso, le risposte mi hanno parlato dei ragazzi molto più di quanto l’insieme di poche parole potrebbe far immaginare:


Perché dal pezzettino di libro che abbiamo letto secondo me gli anni passavano e scomparivano senza che nessuno si ricordasse che erano già passati

Forse perché Harvey non tornava più a casa e stava sempre lì

Perché gli anni in quella casa passavano troppo velocemente

Perché magari tutti quei bambini che andavano nella casa delle vacanze non tornavano più a casa

Perché Harvey, visto che era stato molto tempo in quella casa, ogni volta che andava a dormire si dimenticava i suoi genitori e il suo passato

Secondo me è perché in ogni giornata passavano le stagioni, e quindi ogni giornata era come un anno, e le giornate passate magari a non fare niente erano come anni passati in casa a non fare niente

Perché ogni volta che in quel libro si arrivava a febbraio, si tornava indietro a gennaio e gli anni non passavano mai

Harvey, in questa casa delle vacanze… il tempo passava, lui stava lì anni e anni e quando si ricordò che doveva tornare a casa, i suoi genitori gli dissero che era stato fuori un’ora

Perché magari là dentro ci son persone, tipo alcuni maggiordomi, che son stati lì da bambini, poi non se ne sono resi conto ed è passato il tempo

Per me s’intitola così perché in questa casa ci sono tutte cose belle che fanno piacere ai bambini che ci vanno, e quindi fanno dimenticare le cose che sono successe prima, quando non erano in questa casa

Per me questo titolo è stranissimo perché racconta come Lulù che è stata lì tantissimi anni, racconta queste avventure, che però sembrano vere ma non lo sono 

Perché loro stanno là, si divertono e fanno tutto quello che vogliono, quindi può passare pure un anno o due, e non se ne rendono neanche conto, pensano che è passato pochissimo

Questo titolo mi fa pensare che se il titolo è La casa degli anni scomparsi, un capitolo “Prigionieri”, mi ha fatto pensare che quando entravi lì non potevi più uscire e così passavano tutti questi anni restando lì

Per me si intitola così perché lì le giornate passavano in fretta, e pure le stagioni, e quindi, visto che andava tutto veloce, non tenevi più conto di quanti anni restavi lì, ad esempio come Lulù

Però Lulù s’è resa conto di quanti anni sono passati…

Per me gli anni scomparsi indicano gli anni di Harvey… gli anni di Harvey nel posto della casa segreta

Per me La casa degli anni scomparsi è come se ogni giorno invecchi di un anno, perché ogni sera c’era Halloween e Natale, perciò ogni giorno che passa per i tuoi genitori è un anno passato senza di te