mercoledì 13 giugno 2018

Mercoledì al cubo: Uno come Antonio

Antonio è un bambino vero, nelle sue posture ed espressioni. Lo si capisce fin dalla copertina:





“Antonio è molto più di quel che sembra.
Certo, a vederlo così, senza niente intorno,
è un bambino e basta.”


Dentro questa brevissima frase “è un bambino e basta.” ci sono gli infiniti e variegati mondi -e modi- in cui si può essere bambini.

Si può fare finta di scappare di casa, ma non tutti i giorni, utilizzando come varco verso spazi suggestivi e aperti un armadio tal quale a quello che porta a Narnia





Si può andare in edicola e tornare a casa con dei mostri colorati (quello su cui Antonio sta a spalletta ha davvero un muso da mostro selvaggio)


o scappare sotto al tavolo per non farsi baciare da zia Matilde. Si può essere molte altre cose, rivestire mille altri ruoli, soprattutto quelli che lasciano libero spazio alla fantasia e all’immaginazione: perché è solo in questo modo che il fondo della piscina può trasformarsi in un oceano popolato da polpi gialli (che abbiano preso vita staccandosi dal suo costume?), l’autobus in una foresta e il divano di casa in palco e platea.

Ma, soprattutto, Antonio è il miglior amico della voce narrante, che insieme a lui costruisce e vive antiche e sempre nuove avventure.


In queste settimane di fine quinta, in cui abbiamo ormai salutato le nostre alunne e i nostri alunni grandi, il passaggio è reso meno malinconico da questo ciclo continuo che si ripete ogni cinque anni. Non si fa in tempo a salutare per bene i grandi che già il pensiero dei piccoli che arriveranno a settembre preme e chiede spazio dentro di noi.

E così, Uno come Antonio, delle pluripremiate Susanna Mattiangeli e Mariachiara Di Giorgio, edito da Il castoro, di prepotenza, fin dalla sua prima lettura, comincia a evocare nuovi scenari e attività.

Sarebbe bello -penso- far scrivere ai genitori, i primi giorni di scuola, un testo sui propri figli: Una come Teresa, Uno come Giulio, Una come Fatima, Uno come Abram. Chiedere loro di sostituire non solo il nome, ma anche le attività, i giochi, le invenzioni dei propri figli a quelle di Antonio.

Quanti meravigliosi libri avremmo? Tanti quanti saranno i bambini di ogni classe, ognuno con la propria storia, il proprio vissuto, le proprie esperienze, i propri desideri, rifiuti, passioni.

Devo tenerlo bene a mente per settembre. Uno/a come…

Qui il post di Scaffale Basso
Qui il post delle Briciole



(immagini tratte dal blog dell'illustratrice Mariachiara Di Giorgio)

venerdì 8 giugno 2018

Presenti nell'assenza


Sono solo le 6. E sono sveglia da almeno un’ora.

È un ultimo giorno uguale e diverso da molti altri, questo. Per la terza volta, termino un ciclo alla scuola primaria; quella stessa primaria verso cui ho accompagnato, con non pochi timori, chissà quanti bambini, dalla scuola dell’infanzia, fino a 14 anni fa.

È un ultimo giorno in cui mi sento, letteralmente, divisa in due. Sono due le classi che usciranno per l’ultima volta dai due plessi in cui i miei colleghi e io insegniamo. Non potremo essere contemporaneamente in entrambi i luoghi, anche se saremo fisicamente insieme per tutto il resto della mattinata. E già so che, ovunque sarò alle 12.45, metà dei miei pensieri, e del mio cuore, saranno dall’altra parte.

Il tema dell’assenza, per un insegnante, credo sia fortissimo, vitale. Le bambine, i bambini, le ragazze, i ragazzi, sono, io credo, spesso addirittura più presenti dentro di noi quando non li abbiamo davanti agli occhi. La loro assenza diventa una presenza costante, talvolta invadente, che riempie i pensieri anche di momenti di vita che dovrebbero, naturalmente, essere dedicati ad altro. Spesso senza sosta, l’assenza, più della presenza, ti interroga, ti chiede ragione di decisioni, reazioni, valutazioni, errori. E più spesso di quanto chi non è insegnante pensi, ti giudica.

Così, ancora una volta, mi chiedo per quanto tempo sarà così. Per quanto tempo, impegnati a fare altro -quell’innumerevole e non quantificabile altro che ci aspetta da qui al 30 giugno, per esempio, o durante quei due mesi di vacanza estivi che molti ci invidiano, o a settembre, quando saremo impegnati a conoscere le nuove bambine e i nuovi bambini, che richiederanno tutta la nostra attenzione-  per quanto tempo, dicevo, impegnati a fare altro, avremo come un lampo, un’illuminazione, o a volte piuttosto un sottofondo costante, e ci ritroveremo a interrogarci sul futuro di quelle ragazze e quei ragazzi ormai non più presenti davanti a noi. 
Per quanto tempo ci sentiremo responsabili della loro crescita, delle loro scelte, delle basi, solide o più fragili, che abbiamo -o non abbiamo- saputo dare loro? Per quanto tempo li cercheremo, e riusciremo a ritrovarne i lineamenti bambini, in mezzo ai gruppi di adolescenti all’entrata o all’uscita di un mondo altro dal nostro? Per quanto tempo, come è successo in questi anni, saranno i più fragili a imporsi sugli altri, in una sorta di compensazione a quello che ha reso, fin da bambini, la loro vita un po’ più complicata?

Come sempre, domande senza alcuna risposta. E, come sempre, la scrittura come cura.

Vado a scuola. È il nostro ultimo giorno.



giovedì 7 giugno 2018

Dentro le quinte. Parole per un passaggio


Il mondo di un insegnante, delle sue ragazze e dei suoi ragazzi, è fatto anche, in gran parte, di parole: parole dette, lette, scritte, a volte solo pensate. Parole che riempiono un tessuto di giorni lungo e largo, nella maggior parte dei casi, ben cinque anni. Parole di cui è possibile trovare traccia sui quaderni e, da oggi, per noi, dentro un piccolo libro:

Dentro le quinte. Parole per un passaggio

(ph. Tommaso Falzone)

è il frutto della riflessione e selezione attenta di alcune parole del nostro vocabolario che particolarmente si prestano a raccontare questo nostro ultimo anno insieme.
Parole come amicizia, accoglienza, abbandono, caos, gelosia, h, maturità, merenda, ortografia, silenzio, ultimo giorno, zaino.
Parole su cui, nel corso delle scorse settimane, ognuno ha scelto di scrivere, liberamente. Parole poi trascritte sul quaderno, perché non se ne perdesse neppure una. Parole che ho scelto -quattro per ognuno- a raccontare in modo significativo e intenso questo nostro ultimo anno insieme.
Parole che non se ne andranno. Parole che rimarranno, a raccontarci come eravamo.

AIUTO

L’aiuto a scuola e ovunque è importante. Aiutare chi è in difficoltà e aiutare a far rialzare le persone dopo una caduta. Quando si parla di aiuto non si intende dire: “Dai, faccio ‘sta cosa e poi chissenefrega”, ma essere consapevoli di aiutare e di provare a dare qualcosa in più per il mondo. Questo per me vuol dire aiutare. 

CAOS
Questa è la classe del caos
appena la maestra sale, boom, scoppia il caos.
Il caos non manca mai,
in tutta la scuola ci sentiamo solo noi.
Se ci fosse un concorso sul caos, lo vinceremmo noi.
Devo dire la verità: certe volte nel caos ci sto alla grande,
altre volte no, sembra di essere in discoteca.
Ci sentiamo anche dall’ultimo piano della scuola.
Questa è proprio la classe del caos. 

FAMIGLIA
Per me i miei compagni sono come una famiglia, perché siamo cresciuti insieme appassionatamente, da germogli fino a diventare degli alberi. 

GRAMMATICA
La grammatica ti serve per imparare a scrivere, leggere e parlare in modo corretto. Mi piace la grammatica perché ha gli avverbi, ad esempio meravigliosamente. La grammatica è meravigliosamente spassosa.

SGUARDI
In classe gli sguardi ci sono sempre: sguardi strani, sguardi fuori dalla finestra, sguardi nel vuoto… insomma, ci sono sguardi per ogni cosa. A me piace un sacco lo sguardo nel vuoto, perché è come se per qualche istante non fossi più in classe. A volte sto così concentrato che passano minuti. Gli sguardi più rari sono quelli degli innamorati, perché si guardano per qualche secondo e poi si girano, così nessuno li scopre. Ci sono gli sguardi divertenti: solo guardandolo o guardandola in faccia ti metti a ridere.

venerdì 1 giugno 2018

Osservare gli altri, capire il mondo


“Io ho scelto di descrivere lei perché tutti si aspettano che lei sia in un certo modo, ma in realtà è proprio il contrario e vorrei che lei facesse uscire la persona straordinaria che è, invece di nascondersi.”




È un’umanità così profondamente vera -e, devo dire, bella, al di là di quanto l’amore, l’amicizia o i vincoli familiari la possano patinare- quella descritta dalle ragazze e dai ragazzi in questi loro ultimi testi, che mi chiedo dov’è che ci perdiamo, poi, soprattutto noi adulti. Forse uscendo da quel mondo quasi magico -la famiglia- in cui i padri giocano a calcio in casa con i figli (distruggendo peraltro vasi in vetro soffiato, dono di matrimonio) e hanno come unico interesse che i propri figli crescano, e bene; dove le madri paiono vivere solo per i figli, e aver fatto, di essi, passione esclusiva e totalizzante; dove i fratelli, seppur adolescenti rompiscatole con repentini e inspiegabili sbalzi d’umore, che talvolta “si credono fighi anche se lo sono poco”, sono comunque considerati, sempre, per sempre e con reciprocità, “la cosa più importante della mia vita” e scelti come oggetto di descrizione perché “lo conosco come le mie tasche”; lo stesso mondo dove le sorelle minori fanno una vita in cui “per ora si rilassa e vive in un ambiente di fantasia, con i suoi personaggi preferiti ome Masha e Orso, Peppa Pig, Dora e Topo Tip”.  

Un mondo davvero magico, dove bisnonne novantatreenni fanno vita attivissima, con passeggiate mattutine e rivisitazioni dei "4 ristoranti" insieme a coetanee altrettanto arzille, e paiono non aver carattere, perché “ovunque tu la metti lei si adatta”; epperò non sopportano i calzini spaiati e le persone che si annoiano. Dove gli amici si somigliano, in caratteristiche fisiche, abitudini e passioni -oppure no, perché anche le amicizie, come gli amori, appaiono talvolta inspiegabili; dove i compagni sono come fratelli, e non contano i km che da qualche mese li separano. 

Così mi chiedo, ancora: dov’è che perdiamo -noi adulti, dico- quella tolleranza, quella pazienza, quell’amore, o affetto, che trasformano anche i peggiori difetti in particolari significativi e sopportabilissimi, addirittura amabili, perché rendono le persone per noi uniche e speciali? Dove perdiamo quello sguardo presbite, che paradossalmente solo i bambini hanno, in cui più siamo vicini, tanto meno nitidamente vediamo i piccoli/grandi difetti dell'altro, per percepirne solo l’intima e profonda sostanza, e amarle a prescindere?





“La mia bisnonna si chiama C. e ha 93 anni. Nella vita non fa niente di particolare, la mattina si sveglia e fa colazione con il latte e i biscotti poi va a fare una passeggiata, quando torna le sue vicine di casa sono sedute a parlare, prende la sedia e parla con loro.
Ha i capelli neri e ricci, gli occhi color metallo arrugginito, ha un naso morbido e la bocca grande.
È alta e robusta, ha le orecchie a punta e il collo lungo.
La mia bisnonna non ha un carattere, è una persona che ovunque tu la metti lei si adatta.
Le sue abitudini sono: la mattina si alza alle 07:00 in punto, fa colazione e alle 08:30 va a fare una passeggiata, alle 10:00 è a casa allora prende quattro sedie e le mette davanti a casa sua e aspetta che le sue vicine vengano a parlare della sua passione: la cucina.
Scendono e si scambiano le ricette poi alle 11:30 vanno tutte a casa sua e fanno un gioco che somiglia ai 4 ristoranti.
Alle 14:00 fanno un riposino fino alle 16:30 poi fanno le pulizie fino alle 18:00, si lavano e iniziano a cucinare.
Mangiano alle 19:30 e alle 20:00 guardano un film. Quando il film è finito vanno tutte a casa e dormono.
Non le piace vedere la gente che si annoia tutto il giorno ma proprio non sopporta vedere i calzini uno diverso dall’altro.
Ho scelto di descrivere questa persona perché è sempre molto gentile con me.”


“[Io e mio papà] stavamo giocando a calcio in salotto con la palla di spugna e lui ad un certo punto mi dice: -Adesso ti faccio vedere un rigore da maestro- e poi dice -Lionel Messi sul dischetto- e invece di sentire l’esultazione di mio papà ho sentito il vaso in vetro soffiato che cadeva: gliel’avevano regalato per il matrimonio.”



“La sua passione è il canto, ma lei pensa che non è brava, perciò il suo sogno piano piano svanisce.”

mercoledì 23 maggio 2018

Mercoledì al cubo - Come si legge un libro?


Come si legge un libro?

L’ho chiesto, senza aggiungere altro, due giorni fa su Facebook. 
Queste le prime risposte dei grandi:

Assaporandolo pagina dopo pagina...con calma senza ansia

1) accarezzare la copertina
2) sentire il profumo delle pagine
3) saltare all'ultima pagina e leggere il finale
4) immergersi nel libro e leggerlo tutto tutto ricordandosi del resto del mondo fino all'ultima pagina
5) leggere prefazione, presentazione dell'autore, ecc.ecc. tutto insomma
6) lasciare il libro in giro e di tanto in tanto aprire una pagina a caso e ricomincia re a leggere.
Almeno, io leggo così

Dimenticandosi di esserci, diventando il libro. Non so dirlo meglio di così.

...avvolgendosi nelle pagine, nelle righe e nelle parole...spegnendo il mondo caotico che ci circonda

Quando inizio a leggere non smetterei mai. E volo con la fantasia, fino alla fine a volte anche immaginando un diverso finale. Aspetto molto intrigante della lettura.

Non credo ci siano ricette.
Quando si raggiunge un libro è perché si cerca, si desidera qualcosa.
E ognuno lo fa a modo suo.

Ciò che conta non è il "come" ma il "cosa", fosse anche solo cercare una tregua, o il tentativo, seppure impacciato, di andare oltre se stessi.

Sdraiati. A pancia in su, poi sotto o di fianco con la testa appoggiata alla mano, ma rigorosamente allungati su qualsivoglia superficie

Leggendo la tua storia tra le righe.

Per riuscire a sentire la voce dell'autore...in silenzio!


Queste, invece, alcune tra le risposte delle mie e dei miei grandi, in questi ultimi giorni in cui ancora posso porre loro domande:

Ognuno può leggere un libro come vuole. Un libro si legge con i cinque sensi.

Un libro si legge aprendolo, leggendo un insieme di lettere che formano parole. Un libro si comincia a leggere dalla pagina 1 in su.

Dalla trama alla copertina al titolo, da sinistra a destra o da destra a sinistra, dall’alto in basso, dal basso all’alto, toccandolo, leggendolo in profondità, in superficie, seduti, in piedi, sdraiati…

Un libro si può leggere dalla copertina o dalla trama, saltando dentro qua e là oppure andando a leggere subito il finale. Il libro si può leggere dalle immagini almeno ti puoi mettere nei panni dei personaggi. Puoi leggere l’indice e innanzitutto scegliere uno che ti piace e non leggere una cosa che non ti piace perché se no ti annoi.

Un libro si legge lentamente fin quando vuoi e puoi decidere se leggerlo in mente o ad alta voce.

Sfogliando le pagine e devi immaginare quello che leggi. Se non hai fantasia, è difficile leggere un libro e diventa molto noioso.

Si legge da cima a fondo con delle interruzioni ogni tanto per immaginarsi come sono i personaggi, se non ha immagini.

Un libro si legge dall’inizio alla fine, ma se proprio vuoi perché non hai tempo leggi la fine e basta, così puoi scoprire se il libro ti piace o non ti piace. E la cosa più importante per leggere un libro è saper leggere.

Si legge con tutta la voglia che hai perché i libri ti salvano la vita e ti aiutano a vivere.

Un libro si legge imitando i personaggi nei minimi particolari per far divertire la gente che ti ascolta, ascoltando bene le parole che arricchiranno il tuo vocabolario mentale e imparerai a non fare più così tanti errori.
Sotto le coperte
in piedi
sul divano
per terra
in giardino
a scuola

dove vuoi tu.

Un libro si deve vivere dino in fondo, tutto d’un fiato e le pagine si girano rapidamente ad ogni battito di ciglia.

Un libro si legge con gli occhi, con il cervello e con l’immaginazione.

Si legge parlando, urlando. La nostra insegnante legge i libri, le piace leggere, ogni volta ci porta un libro, ce lo legge con la bocca, si sono dentro tantissimo lettere, più di un milione. Ci sta leggendo Wonder, mi fa annoiare troppo ma devo sentire cose succede.


Come si legge un libro? è anche il titolo di un nuovo albo, recentemente pubblicato da orecchio acerbo, scritto da Daniel Fehr e illustrato da Maurizio A.C.Quarello.






Come incomincia:


Ehi, lettore, che stai facendo?

Stai tenendo il libro sottosopra.

Guardaci!



Gira il libro nel nostro

verso! Non resisteremo

              molto così…



Aspetta,

hai girato il libro?



Scusaci, non credevamo

l’avresti fatto davvero,

e quindi abbiamo cambiato lato.

Così ora siamo ancora

Sottosopra!



Per favore, gira solo pagina.

Non girare il libro!



Stiamo per andare

dall’altra parte.



E adesso, non vedo l’ora di poterlo chiedere a quelle piccole e quelli piccoli. Mi tocca aspettare qualche mese, lo so. Ma ne varrà la pena.

Qui il post delle Briciole
Qui il post di Scaffale Basso

giovedì 17 maggio 2018

Come si usa un libro di testo


Adesso che i giochi sono fatti, e le adozioni sono state decise, posso finalmente parlare con agio di una tra le esperienze per me più significative dello scorso anno: la collaborazione alla selezione delle letture per il libro di testo di classe prima del progetto Scintille, Pearson.



Quando, poco più di un anno fa, mi è stato chiesto di contribuire a questo lavoro, ho accettato subito con entusiasmo: certamente perché si trattava di un’esperienza totalmente nuova e che mi avrebbe sicuramente arricchito, ma anche perché sapevo bene che, se avessi fatto un buon lavoro, avrei potuto adottare lo stesso libro per le mie future prime.

C’è una logica ferrea che guida la selezione delle letture per un libro di testo, e io davvero in quelle settimane ho imparato molto. Soprattutto, però, ho voluto che dentro questo libro ci fossero i titoli che più amo, quelli che ho già usato con le mie bambine e i miei bambini ormai qualche anno fa e quelli usciti nel frattempo, che però non vedevo l’ora di leggere ai nuovi alunni.

Nel frattempo, il libro, e l’intero corso, dalla prima alla terza, hanno preso corpo, e forma, e il prodotto finito è stato davvero all’altezza delle mie aspettative.

Così, sono davvero felice al pensiero che, fin da settembre, potrò accompagnare la lettura dei miei amati albi con un libro che permetta alle mie bambine e ai miei bambini di conoscerne alcune parole, in un assaggio che fa pregustare il tutto.

Perché quel che mi auguro davvero è che ogni insegnante che l’avrà adottato legga la pagina sul testo e poi corra a cercare il libro da cui è stata tratta. E poi lo legga tutto, parola per parola, mostrando ogni immagine ai propri alunni, in classe. E poi ne parli con loro, li ascolti, li faccia scrivere e disegnare. Perché, se così non fosse, sarebbe come pensare di fare una vacanza semplicemente sfogliando il catalogo di un’agenzia di viaggi.








sabato 12 maggio 2018

Lettera all'Invalsi


Caro signor Invalsi,

(ma no, cosa va a pensare? L’aggettivo caro è una pura formula di rito, non c’è alcun sarcasmo. Non mi riferisco certo ai suoi costi, in termini economici e soprattutto di ore regalate alla tabulazione, che forse gli insegnanti avrebbero preferito utilizzare in altro modo, e non necessariamente fuori dalla scuola. Mi scusi, riparto.)

Dicevo:

Egregio signor Invalsi,

(sì, lo so, la prova Invalsi è di genere femminile, ma mi viene da immaginarLa come un omone barbuto. Sì, so anche questo. Dobbiamo porre un freno all’immaginazione. Atteniamoci ai fatti e, soprattutto, rispondiamo esattamente con le parole contenute nel testo. Mi scusi. Cercherò di adeguarmi).

Rifacciamo, di nuovo:

Egregia Invalsi,

finalmente le prove sono concluse

(“finalmente” non va bene? Evoca una sensazione di sollievo, dopo una fatica, o una prova estenuante, e non particolarmente gradita? No, guardi, l’ho intesa semplicemente nel suo senso letterale. Finalmente, alla fine. Non mi vorrà contestare che le prove si concludano alla fine. Questo avverbio non lo tolgo.)

e posso scrivere alcune domande e considerazioni.

Intanto: cui prodest? A chi giova? Non provo neppure a darmi una risposta. Sono anni che la cerco, e ancora non l’ho trovata. Forse ci riusciranno altri. Non credo che le prove Invalsi, dopo aver fotografato più o meno fedelmente alcune abilità o conoscenze obiettivamente verificabili, possano giungere ad altro scopo. Gli insegnanti continueranno a lavorare con i propri alunni seguendo le Indicazioni nazionali ma, soprattutto, le proprie convinzioni didattiche e pedagogiche. Dubito che qualsiasi Invalsi potrà cambiare le cose. Ed io, che non amo prove a risposta multipla, da barrare con una crocetta, continuerò a leggere e far leggere, e a provare ad ascoltare tutte le voci, anche e soprattutto le più fragili e dissonanti, alla ricerca di molte visioni, e di altrettanti diversi orizzonti di senso e di crescita. Continueremo a valorizzare la diversità, e non l’omologazione, a scrivere per imparare a scrivere e riflettere su noi stessi, sugli altri, sul mondo, a cercare senso e bellezza in quel che vediamo, e a provare a cambiare ciò che non ci sembra giusto. Questo -e davvero me ne rammarico- nessuna Invalsi vorrà e potrà mai valorizzarlo, né valutarlo. Così come molti, forse tutti, gli insegnanti converranno con me che non è necessaria alcuna prova Invalsi per essere consapevoli che capacità e competenze individuali, conoscenza della lingua, bagaglio lessicale, contesto socio-economico e culturale, disturbi specifici, fanno spesso la differenza, nella vita, e quindi anche nelle dinamiche di apprendimento, di un bambino o di un ragazzo. Questo, più in generale.

Nello specifico: abbiamo tabulato tutte le prove di italiano, e posso dire che, forse, cinque anni passati a leggere, riflettere, discutere, condividere, interrogarci su noi stessi e sugli altri hanno dato dei bei frutti maturi. Lo dicono una piccolissima parte delle domande di background, le uniche che mi pare abbiano avuto un valore e un significato accettabile e condivisibile per gli insegnanti stessi, quelle sulle relazioni in classe: la percezione è che generalmente in classe si stia bene, ci si fidi dei compagni, ci si diverta. Pare poco?

Ho invece penato un po’ sulle domande relative alla disciplina italiano; qualcuno, più d’uno (sincerità, Capetti, sincerità: molti più di uno) alla frase “Non vedo l’ora di fare italiano” ha risposto “Per niente” o “Pochissimo”. Oh, come sarebbe stato bello se tutt* avessero risposto “Totalmente” o “Molto”. Ah, sì. Vero. È probabile che un/un’undicenne alla frase “Non vedo l’ora” preferisca associare altre conclusioni. Via, mi consolo un po’ -almeno fino a che non leggerò le risposte sul fascicolo di matematica.

Tralascio di commentare le affermazioni sulle aspettative verso il futuro. Persone più capaci e competenti di me hanno già cominciato a farlo, e sono certa continueranno a lungo nelle prossime settimane. Vado oltre.

Vado oltre e dico che la percezione è che moltissimi abbiano compreso il senso di ciò che hanno letto, ci abbiano ragionato su e ne abbiano tratto le proprie, individuali, personalissime conclusioni. E che, come sempre, ciò che appare errato all’Invalsi non necessariamente lo è per chi l’ha scritto, né, tantomeno, per l'insegnante, che da cinque anni conosce ogni su* alunn* e spesso ne intuisce ragioni e motivazioni.

E d’altro canto, rifletto, nella vita continueremo a fare esattamente questo. Perché anche se leggeremo gli stessi libri, gli stessi articoli o guarderemo gli stessi film, ne comprenderemo tanti aspetti diversi, tante molteplici sfaccettature quanti saranno coloro che leggono, guardano, interpretano. Qualcuno dice che 2/3 di ciò che vediamo è dietro i nostri occhi. È gioco facile ipotizzare che molti di noi colgano solo che più appartiene, interessa, tocca, appassiona.

Quindi no, sorprese pochissime. Casomai, conferme; e la sensazione che lavorare per una volta in maniera tanto dissimile e non conforme a quel che avviene di solito non ci abbia fatto poi così male, soprattutto perché ha permesso alle ragazze e ai ragazzi di misurarsi e mettersi in gioco su un terreno, e con delle regole, che non sono quelli praticati abitualmente.

E anche questo è crescere.