giovedì 10 gennaio 2019

Questo non è un metodo




A distanza di poco più di quattro mesi, si è sciolta quella sorta di pudore che mi impediva di parlare sul blog del saggio A scuola con gli albi Insegnare con la bellezza delle parole e delle immagini (Topipittori 2018); così ora pubblico, in questo post, l’introduzione, dal titolo Questo non è un metodo, in cui racconto le ragioni delle mie scelte educative e didattiche.





“Le parole sono importanti” affermava Nanni Moretti in un famoso film. Lo sono, credo, per tutti, e tanto più per chi ha fatto dell’educazione e/o dell’insegnamento una scelta di vita, e una professione.

Così, ci sono parole che non possiamo utilizzare con leggerezza, soprattutto se siamo insegnanti. Una di queste è metodo.

Metodo: procedimento messo in opera seguendo criteri sistematici in vista di uno scopo; complesso organico di regole, principi, criteri in base ai quali si svolge un'attività teorica o pratica (dal Sabatini Coletti)

Quando sento parlare di metodi, in educazione, mi chiedo sempre se davvero in campo educativo sia possibile rispettarne le condizioni; se, oggettivamente, la messa in opera di criteri sistematici, di un complesso organico di regole, principi, criteri, sia sufficiente per svolgere la propria attività e raggiungere uno scopo.
Non sto dicendo che seguire un metodo sia sbagliato, o che non funzioni; tuttavia, da più di trent’anni, ormai, sono abituata a fare i conti con tutte le infinite variabili che, in un modo o nell’altro, sono destinate a far fallire i metodi. O, per lo meno, a fare in modo che essi non siano efficaci per tutti.

Così, la mia affermazione “questo non è un metodo” non è tanto una giustificazione per gli inevitabili errori - in alcuni casi, purtroppo, addirittura fallimenti - di cui l'esperienza di un insegnante può essere costellata, ma, piuttosto, la consapevolezza che la mia proposta educativa e didattica si basa su continui aggiustamenti, correzioni, deviazioni, e che non rappresenta una ricetta infallibile destinata a sicuro successo.



E allora, cosa ci guadagnano i bambini?

Uno dei principi pedagogico-didattici che da sempre sostiene il mio “fare scuola” si fonda sul tentativo di mettere il bambino al centro del processo educativo; e non un’idea generica di bambino, ma ogni bambino reale che mi trovo di fronte. Invece ci troviamo sempre di fronte non IL bambino, ma un bambino, una bambina, e poi un altro, un’altra ancora, fino ad arrivare al numero complesso che compone la classe, o le classi, in cui lavoriamo.

Naturalmente, applicando questo principio, è di volta in volta il punto di vista - dell’insegnante, ma anche del bambino stesso, di ogni bambino - a dover cambiare.

Credo sia questo il nodo cruciale, il difficilissimo equilibrio a cui tendere; la posizione precaria e sempre in bilico dell’insegnante, ma soprattutto dei bambini, chiamati ad essere soggetti attivi e protagonisti del proprio processo di apprendimento, ma a cui viene richiesto anche di essere sempre più capaci di decentrarsi e di trovare via via un nuovo centro a seconda di ogni compagno, persona, gruppo, situazione o ambiente con cui entrano in relazione.

Si tratta di un equilibro instabile, di cui ogni volta è necessario trovare e ricalibrare il fulcro, il cosiddetto ago della bilancia. Non sempre ci si riesce, talvolta si assiste a cadute rovinose. Ma il lavoro dell’insegnante non prevede traguardi semplici: la sua bellezza sta nel complesso e articolato cammino percorso insieme.

Come scrive Franco Lorenzoni nel suo saggio I bambini pensano grande Cronaca di un’avventura pedagogica (Sellerio 2014), è proprio dentro quella che sembra una contraddizione, “frequentare il bello ovunque si trovi e procedere a tentoni” che possiamo permettere ad ogni bambino di crescere e apprendere nel rispetto di sé e degli altri, delle proprie competenze, dei propri tempi e stili d’apprendimento, con l’obiettivo alto di un avvio al pensiero personale e critico.

In questi primi trent’anni d’insegnamento ho individuato la sintesi più efficace e praticabile di questa prassi negli albi illustrati: lì dove le parole e le immagini concorrono a creare storie ispirate alla realtà o fantastiche, il bambino e l’adulto possono cercare e trovare bellezza, risposte e senso alle grandi domande che caratterizzano la crescita, l’apprendimento e, più in generale, la condizione umana, in quel “gioco di reciproco ascolto e di scambio che, quando s'innesca, sembra non avere fine.” (Franco Lorenzoni, op.cit.)




In questa pratica educativo-didattica, l’albo illustrato diventa quindi non solo il mezzo attraverso cui insegnare e imparare, ma un compagno con cui i bambini acquistano con il tempo sempre maggior dimestichezza, praticando prima l’ascolto, poi la lettura autonoma, acquisendo quella capacità di leggere parole e immagini che tanta parte avrà nella costruzione di competenze elevate, come osservare e interpretare la realtà che ci circonda nelle sue molteplici forme e manifestazioni, costruire un pensiero originale e critico, capace di confrontarsi costantemente con l’altro da sé.

Nel corso degli anni, i miei bambini ed io siamo cresciuti insieme ai libri: sia perché essi ci hanno accompagnato quasi in ogni istante del nostro cammino insieme, sia perché questo approccio ci ha permesso grandi spazi di riflessione condivisa. Poter leggere quotidianamente gli albi, libri che per loro struttura possono essere letti per intero nello spazio di un tempo breve, ha dato modo ai miei alunni di fruire di letteratura di qualità nella sua interezza. Non è mai necessario ridurre e/o adattare un albo; è invece sempre possibile leggerlo dall’inizio alla fine, nella completezza  con cui è stato concepito, scritto, illustrato. L’albo si presta inoltre, per sua natura, a una precoce e meditata lettura autonoma che i bambini sono invitati a praticare fin dalle prime settimane di scuola. L’albo non ha una data di scadenza: ne sono fruitori bambini e adulti, in un continuum che lo rende strumento prezioso e denso di significato e bellezza.

Apedario, il blog da cui questo volume è nato, è il diario illustrato della vita di due classi elementari nelle ore quotidiane di italiano e arte. La lettura di albi illustrati e libri per ragazzi è l'elemento fondante della mia attività didattica, ciò che permette il coinvolgimento attivo e continuo dei bambini, di tutti i bambini, attraverso la riflessione, la condivisione, la comprensione, la produzione scritta, la riflessione linguistica, l'ampliamento del lessico, tesi  al raggiungimento di benefici individuali e collettivi, e allo sviluppo del pensiero personale e critico di ognuno. L'apprendimento linguistico - la scrittura, il ragionamento, la lettura - è infatti al centro della mia didattica: strumento fondamentale destinato a reggere tutto il successivo impianto educativo e formativo, umano e professionale.




Apedario è nato molto tempo prima della sua apparizione ufficiale in forma di blog, il 20 aprile 2013. Da un paio d'anni aggiornavo una bibliografia per temi adatta ai primi anni della scuola primaria. Da qui, l'idea di scegliere alcuni personaggi degli albi illustrati per presentare le lettere dell'alfabeto, in un ordine diverso da quello conosciuto: nell'esperienza d'insegnamento nei cicli precedenti, avevo presentato prima la A, poi la P, poi la E, per permettere ai bambini di iniziare a formare subito sillabe e parole (APE, PAPA', PAPPA…). 
Prima di diventare un blog, per alcuni mesi Apedario è stato un progetto per un libro didattico. Tuttavia, la casa editrice cui a quei tempi lo proposi non gli attribuì abbastanza fiducia da dargli concretezza. Forse è stata questa la sua fortuna: essere costretto a nascere come blog, e come tale diffondersi, anche attraverso i social network, e in questo modo raggiungere un numero sempre più significativo di persone.


Scrivevo nel primo post del 20 aprile 2013: 
L'idea di questo progetto nasce dalla necessità di una didattica dell'italiano in classe prima (scuola primaria) strettamente connessa al vissuto del bambino tramite la lettura di albi illustrati per l'infanzia e la presentazione dell'alfabeto attraverso i rispettivi protagonisti. Ogni storia diventa quindi un magnifico pretesto per parlare della quotidianità, di storie fantastiche e suggestive, dei propri sentimenti, della relazione con i pari e con gli adulti, in una continua fruizione di letteratura di qualità e di una rappresentazione iconica che diventa stimolo per la creatività e la strutturazione di uno stile grafico-pittorico personale e non stereotipato.”.

Le attività di cui tratto in questo volume riguardano i primi tre anni di scuola primaria passati insieme.

Così, ora, posso rispondere alla domanda di prima: e allora, cosa ci guadagnano i bambini?

Un bambino a cui si leggano libri con costanza, continuità e passione, non è detto sviluppi automaticamente amore per la lettura; questo è una sorta di pensiero magico da cui io per prima dovrei liberarmi. Ogni bambino che abbia la fortuna di avere accanto un adulto che legge per lui guadagnerà però sicuramente uno sguardo attento, una mente pronta, una buona capacità di ascoltare e ragionare, una viva attenzione ai particolari, un linguaggio articolato, un lessico ricco, e, su tutto, la capacità di vedere le cose da molteplici punti di vista, e da molteplici punti di vista riflettere su di esse.