giovedì 8 maggio 2014

Le oCHIne



Le ochine

C’era una volta un branco di ochine che andavano in Maremma a far le uova.
A mezza strada una si fermò. - Sorelle mie, devo lasciarvi. Ho bisogno di far subito l’uovo, fino in Maremma non ci arrivo
- Aspetta!
- Trattienilo!
- Non ci lasciare!
Ma l’ochina non ce la faceva più. S’abbracciarono, si salutarono, promisero di ritrovarsi al ritorno, e l’ochina s’inoltrò in un bosco. Ai piedi d’una vecchia quercia fece un nido di foglie secche e depose il primo uovo. Poi andò in cerca d’erba fresca e acqua limpida per desinare.
Tornò al nido a tramonto di sole, e l’uovo non c’era più. L’ochina era disperata. Il giorno dopo, pensò di salire sulla quercia e fare il secondo uovo tra i rami, per metterlo in salvo. Poi scese dall’albero tutta contenta, e andò a cercare da mangiare come il giorno prima. Al ritorno l’uovo era scomparso. 



 L’ochina pensò: «Nel bosco dev’esserci la volpe, che si beve le mie uova».
Andò al paese vicino e bussò alla bottega del fabbro ferraio.
- Signor fabbro ferraio, me la fareste una casina di ferro?
- Si, se tu mi fai cento coppie d’uova.
- Va bene, mettetemi qui una cesta, e mentre voi mi farete la casina, io vi farò le uova.

L’ochina s’accoccolò e ogni martellata che il fabbro dava sulla casina di ferro, lei faceva un uovo. Quando il fabbro ebbe dato il duecentesimo colpo di martello, l’ochina scodellò il duecentesimo uovo e saltò fuori dalla cesta. - Signor fabbro ferraio, ecco le cento coppie d’uova che le avevo promesso.
- Signora ochina, ecco la tua casina finita.
L’ochina ringraziò, mise la casa in spalla, se la portò nel bosco e la posò in un prato. «È proprio il posto che ci vuole per i miei ochini; qui c’è l’erba fresca da mangiare e un ruscello per fare il bagno». E tutta soddisfatta si chiuse dentro per fare finalmente le sue uova in pace.

La volpe intanto era tornata alla quercia e non aveva trovato più uova. Si mise a cercare per il bosco, finché non capitò in quel prato e trovò la casina di ferro. «Scommetto che c’è dentro l’ochina», pensò, e bussò alla porta.


- Chi è?
- Sono io, la volpe.
- Non posso aprire, covo le uova.
- Ochina, apri.
- No, perché mi mangi.




- Non ti mangio, ochina, apri.
- Bada, ochina, che se non apri subito,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l’ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


La volpe saltò sul tetto



 e patapùn e patapàn cominciò a saltare in tutti i sensi. Ma si! Più saltava più la casa di ferro diventava solida. Tutta impermalita la volpe saltò giù e corse via, e l’ochina le rideva dietro a crepapelle.
Per un po’ di giorni la volpe non si fece vedere, ma l’ochina nel l’uscire era sempre prudente. Le uova s’erano schiuse ed erano nati tanti ochini.
Un giorno, si sente bussare.
- Chi è?
- Sono io, la volpe.
- Cosa vuoi?
- Sono venuta a dirti che domani c’è la fiera. Vuoi che ci an diamo insieme?
- Volentieri. A che ora vieni a prendermi?
- Quando vuoi.
- Allora vieni alle nove. Più presto non posso, devo badare ai miei ochini.
E si salutarono da buone amiche. La volpe già si leccava i bafii, sicura di mangiarsi l’oca e i suoi ochini in due bocconi.
Ma l’oca la mattina dopo s’alzò all’alba, diede da mangiare agli ochini, li baciò, raccomandò loro di non aprire a nessuno e andò alla fiera.

Erano appena le otto, e la volpe bussava alla casina di ferro.
- La mamma non c’è, - dissero gli ochini.
- Apritemi! - ordinò la volpe.
- La mamma non vuole.
La volpe disse fra sé: «Vi mangerò dopo», e forte: - Quant’è che la mamma è andata via?
- È uscita stamattina presto. La volpe non stette a sentir altro: via di corsa. La povera ochina, dopo aver fatto le sue spese, stava tornando a casa, quando vide arrivare la volpe di corsa, con la lingua fuori. «Dove mi metto in salvo?» Alla fiera aveva comprato una gran zuppiera. Mise il coperchio per terra, ci s’accovacciò sopra, e si tirò addosso il recipiente rovesciato.
La volpe si fermò. - Guarda che bell’altarino! Voglio dire una preghiera -. S’inginocchiò, pregò davanti alla zuppiera, ci lasciò un marengo d’oro come offerta, e riprese la sua corsa.
L’ochina mise pian piano la testa fuori, raccolse il marengo, ri prese la zuppiera e filò a casa a riabbracciare gli ochini.

Intanto la volpe girava per la fiera, guardava sotto i banchi senza riuscire a trovare l'ochina. «Eppure per strada non l’ho incontrata, dev’essere ancora qui», e ricominciava il giro. La fiera era finita, i venditori riponevano le merci non vendute, disfacevano i banchi, ma dell’ochina la volpe non trovava traccia. «Anche stavolta me l’ha fatta!»
Mezzo morta di fame tornò alla casetta di ferro e bussò.
- Chi è?
- Sono io, la volpe. Perché non m’hai aspettata?
- Faceva caldo. E poi pensavo d’incontrarti per strada.
- Ma che strada hai fatto?
- Ce n’è una sola. - E come mai non ci siamo viste?
- Io t’ho vista. Ero dentro all’altarino...
La volpe era rabbiosa.- Ochina, aprimi.
- No, perché mi mangi.
- Bada, ochina,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l'ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


Patapùn e patapàn, salta e risalta, 



la casa di ferro diventava sempre più forte.






Per molti giorni la volpe non si fece più vedere. Ma una mattina si senti bussare.
- Chi è?
- Sono io, la volpe, apri.
- Non posso, sono occupata.
- Volevo dirti che sabato c’è il mercato. Vuoi venire con me?
- Volentieri. Passa a prendermi.
- Dimmi l’ora precisa, che non succeda come per la fiera.
- Diciamo le sette, prima non posso.
- D’accordo, - e si lasciarono da buone amiche.

Il sabato mattina, prima di giorno, l’oca ravviò le penne degli ochìni, dette loro l’erba fresca, raccomandò di non aprire a nessuno, e parti. Erano appena le sei quando arrivò la volpe. Gli ochini le dissero che la mamma era già partita, e la volpe si mise a correre per raggiungerla.
L'ochina era ferma davanti a un banco di poponi quando vide in lontananza la volpe che arrivava. A scappare non faceva più a tempo. Vide in terra un popone grosso grosso, ci fece un buco col becco e ci entrò dentro. La volpe prese a girare per tutto il mercato in cerca dell’ochina. «Forse non è ancora arrivata», si disse, e andò al banco dei poponi per scegliersi il più buono. Dava un morso all’uno, assaggiava l’altro, ma la buccia era sempre troppo amara e li scartava tutti. Alla fine vide quello grosso grosso posato in terra. «Questo si che dev’essere buono!» e gli diede un morso più forte che agli altri. L’ochina che proprio da quella parte aveva il becco, si vide aprire una finestrina e sputò fuori.
- Puh! Puh! Com’è cattivo! - esclamò la volpe, e fece rotolare via il popone. Il popone rotolò giù per una scarpata, si spaccò contro una pietra, l’ochina saltò fuori e corse a casa.
La volpe, dopo aver girato per il mercato fino al calar del sole, andò a bussare alla casina di ferro. - Ochina, hai mancato di parola, non sei stata al mercato.
- Si che c’ero. Ero dentro quel popone grosso grosso.
- Ah, me l’hai fatta un’altra volta! Adesso apri!
- No, perché mi mangi.
- Bada, ochina,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l’ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


Patapùn, patapàn, ma la casa di ferro non si scuoteva neanche più.
Passò del tempo. Un giorno la volpe tornò a bussare. - Via, ochina, facciamo la pace. Per dimenticare il passato, facciamo una bella cena insieme.
- Volentieri, ma non ho nulla di tuo gusto da offrirti.
- A questo penso io; tu penserai a cuocere e ad apparecchiare.
E la volpe cominciò ad andare e venire ora con un salame, ora con una mortadella, o un formaggio, o un pollo, tutte cose che rubava in giro. La casina di ferro ormai era piena zeppa di roba.

Venne il giorno fissato per la cena. La volpe per aver più appetito non mangiava da due giorni: ma lei, si sa, non pensava alle mortadelle o ai formaggi, pensava ai bei bocconi che si sarebbe fatti dell’oca o degli ochini. Andò alla casa di ferro e chiamò: - Ochina, sei pronta?
- Si, quando vuoi venire tutto è pronto. Devi però adattarti a passare dalla finestra. La tavola apparecchiata arriva fino alla porta e non la posso aprire.
- Per me è lo stesso. Tutto sta ad arrivare alla finestra.
- Butto giù una corda. Tu infila la testa nel cappio e io ti tiro su.
La volpe che non vedeva l’ora di mangiarsi l’ochina mise la testa nel cappio, ma non s’accorse che era un nodo scorsoio. Più tirava, più il nodo stringeva; più sgambettava, più soffocava. Restò strozzata, con gli occhi spalancati e la lingua ciondoloni. L’ochina ancora non si fidava; perciò la lasciò andar giù di colpo: cadde in terra stecchita.
- Venite, ochini, - disse allora aprendo la porta, - venite a mangiare l’erba fresca e a fare il bagno nel ruscello -. E gli ochini finalmente uscirono di casa starnazzando, svolazzando, rincorrendosi.



Un giorno l’ochina senti un batter d’ali e un gridio. Era l’epoca del ritorno delle oche dalla Maremma. «Fossero le mie sorelle!» Andò sulla strada e vide venirne un branco, con dietro tutti gli ochini nuovi nati. 


Si fecero tante feste, da buone sorelle, e l’ochina raccontò loro le sue traversie con la volpe. Alle sorelle piacque tanto la casina che andarono tutte dal fabbro ferraio a farsene fare una ciascuna. E anche adesso, non so dove, in un prato, c’è il paese delle ochine, tutte nelle casettine di ferro, al sicuro dalla volpe.

Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori

dal sito http://www.dariopalombafoto.altervista.org/index/ceraunavolta_fiaba.html