mercoledì 23 dicembre 2015

Tempi (scolastici) moderni, ovvero La sindrome del polipo strattonato



Pochi giorni fa, in una giornata davvero nera, ho scritto di getto questo sfogo:


Ci sono momenti, nella mia vita da insegnante, in cui mi sembra di essere un polipo, o qualsiasi altro essere vivente dotato di più arti, e che essi vengano strattonati in ogni senso e in ogni direzione: la sensazione peggiore è che vengano tirati con forza in senso diametralmente opposto.
Parlo da insegnante, credo, “sufficientemente buona”, secondo la definizione che Winnicot dava di una madre imperfetta, ma sana (che in questo caso mi pare di poter assimilare a "adeguatamente preparata") e affettivamente presente. Tale condizione mi sembra la base su cui ogni insegnante debba costruire il proprio stare in classe e le relazioni con gli alunni e le famiglie.

E quindi: ci sono momenti, e negli ultimi tempi li sento, e li vivo, in modo più pressante e faticoso, in cui agli insegnanti si chiede tutto e il contrario di tutto.
 
Che formino studenti pronti per le sfide internazionali (le famose competenze europee), ma che sappiano affondare le radici del proprio insegnamento nella “scuola di una volta” (La mia maestra era una sola, ci faceva fare tutto e noi eravamo molto più preparati dei nostri figli è una frase che mi è capitato di sentire più volte)

Che svolgano tutto il programma scolastico di ogni singola materia, recuperando le difficoltà e potenziando le eccellenze, ma che lavorino rispettando i tempi di apprendimento di ogni bambino

 
Che curino ordine e calligrafia, ma che stimolino i bambini a lavorare con LIM, tablet e app

Che rispettino e promuovano l’individualità di ognuno, ma senza differenziazioni che possano risultare discriminanti 

Che siano assolutamente rispettosi dei termini di legge, ma solo nella misura in cui non si scontrino con presunti diritti/doveri dei propri figli e delle proprie famiglie

Che si accorgano tempestivamente, alla stregua di logopedisti, neuropsichiatri, psicologi (competenze e lauree che ancora non sono richieste agli insegnanti di scuola primaria) di qualsiasi tipo di difficoltà di ogni singolo bambino (in caso contrario potrebbero essere considerati non abbastanza attenti/competenti) e che si attivino per risolvere queste difficoltà, possibilmente in classe ed evitando l’intervento di terzi e la stesura della documentazione conseguente; oppure, al contrario, che ritengano qualsiasi tipo di documentazione diagnostica la giustificazione per ogni difficoltà o comportamento inadeguato

Che concordino con la famiglia quali informazioni si possano o non si possano scrivere su questi documenti scritti

Che si attivino in ogni modo perché la famiglia, tutta intera e nelle sue diverse forme, possa partecipare ad ogni manifestazione della vita scolastica, ma che non abbiano nulla da obiettare se ai colloqui individuali e alle assemblee di classe si presenta un solo genitore, e talvolta neppure quello

Che conoscano a fondo le peculiarità, i bisogni, le esigenze di ogni singolo bambino come se fosse il proprio, adeguando il proprio stile educativo-didattico alle richieste o alle esigenze di ogni bambino e delle rispettive famiglie 


Ho bisogno di fermarmi, di respirare profondamente, di pensare.

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A distanza di qualche giorno, anche grazie alla condivisione con i colleghi e e con alcuni genitori, mi sento di poter aggiungere queste riflessioni:
 

Le richieste sono davvero tante, e le più molteplici; talvolta si trasformano in autentiche sfide.

Nonostante la fatica, il senso di delusione, l’avvilimento che questa "sindrome da polipo" mi provoca nelle giornate più nere, rimango convinta che qualsiasi problema possa essere affrontato, anche partendo da posizioni diametralmente opposte, con l’atteggiamento corretto da entrambe le parti: ascolto, apertura, senso di responsabilità e, soprattutto, la condivisione dell’obiettivo comune, ovvero il benessere di ogni bambino.


Cari genitori, entrambe le nostre visioni risultano parziali: voi conoscete il bambino vostro figlio, noi il bambino nostro alunno. Noi non possiamo conoscere, se non tramite voi, vostro figlio. Voi non potete conoscere, se non tramite noi, il nostro alunno.

Per voi, le priorità sono quelle di vostro figlio, o dei vostri figli; per noi, queste priorità vanno moltiplicate per il numero dei bambini di ogni classe, o, in termini ancora più generali, per il numero degli alunni di un’intera scuola. Quel che può sembrare perfetto per gli uni, può non esserlo altrettanto per gli altri. E lì in mezzo, tra gli uni e gli altri, ci sono i bambini, e ci siamo noi, che cerchiamo, faticosamente, imperfettamente, quotidianamente, di fare il nostro lavoro.

Fidarci gli uni degli altri è l’unico regalo che possiamo farci a vicenda e che conti davvero.