venerdì 17 giugno 2016

Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione



 In questi giorni densi di incombenze burocratiche, giudizi e valutazioni, per ridare un senso vero e pieno al mio lavoro sono andata a rileggere un post vecchio di tre anni, ma che credo sempre attuale:


11 giugno 2013

Ho un'urgenza che non può attendere; è una sorta di groppo, di magone, che posso sfogare qui, e che voglio condividere. Perché ho bisogno di sapere che altri la pensano come me.
Mia figlia minore ha tredici anni, ed è iscritta alla scuola secondaria di primo grado di un paese vicino, in cui anch'io insegno, nella scuola primaria.
Non l'ho fatto solo, e neppure principalmente, per questioni organizzative; ho scelto una scuola statale che garantisse, oltre all'apprendimento, un'attenzione alla persona, alle dinamiche relazionali, alla socializzazione, all'accoglienza...
Oggi, con alcune amiche, madri di coetanei di mia figlia, sono andata a leggere i quadri di ammissione alla classe successiva o agli esami della scuola del paese in cui vivo, che ho scelto di non far frequentare a mia figlia. Su quattro prime, cinque bocciati (l'anno scorso mi pare fossero otto), nelle classi seconde altri tre o quattro, più un paio non ammessi all'esame. Di questi, la stragrande maggioranza di origine extracomunitaria.
L'origine del mio magone, della mia frustrazione, del mio disagio è tutto qui. Si fa un gran parlare di BES (bisogni educativi speciali), di programmazioni differenziate, di obiettivi minimi...e poi il risultato è questo: una scuola che ferma, che non fa crescere, che non accoglie, che mina le basi della fiducia in se stessi e dell'autostima, che delega ad altri (colleghi, servizi sociali...) quello che non riesce a fare, ciò su cui non riesce a intervenire... Una scuola che pretende la padronanza di una lingua che non è la lingua madre, da parte di ragazzi spesso nati altrove, e che già faticano ad integrarsi nel tessuto sociale, rimanendone sempre più ai margini, se non del tutto esclusi... Io non la voglio, una scuola così, e mi fa male pensare che ancora ci sia.
Io ho potuto scegliere una scuola diversa: e chi non può farlo?
Mi fa male pensare che il futuro di questi ragazzini rischi di franare per colpa nostra: la loro vita è un'esasperante corsa a ostacoli, in cui ogni volta noi, gli adulti che dovrebbero permettere loro di entrare più agevolmente in questo mondo sconosciuto, alziamo l'asticella.
A novembre della terza elementare arrivò nella nostra classe una ragazzina pakistana: aveva un anno in più dei compagni, ma con i colleghi decidemmo di inserirla da noi.
Dopo qualche mese, un giorno le dissi: "Sai, siamo veramente orgogliose di quanto sei brava!" e lei mi rispose, con tono chiaramente risentito: "Ma io, in Pakistan, ero prima di mia classe!".
Mi sono vergognata della mia frase: che lei fosse così brava mi pareva un'eccezione, mentre forse potrebbe essere la regola.



Questi invece risalgoo a un anno e mezzo fa. La nostra nuova compagna era appena arrivata:

4 novembre 2014


Capita a molti, moltissimi insegnanti, in un numero imprecisato, ma sicuramente altissimo, di classi; l’anno scolastico incomincia e a un certo punto…sorpresa!...arriva un nuovo alunno, un nuovo compagno. Talvolta si tratta di un trasferimento da una scuola all’altra; spesso, molto più spesso, i nuovi bambini arrivano da lontano, da molto lontano. 
Non parlano una sola parola della lingua del paese in cui sono approdati, ti guardano con occhi profondi e spesso smarriti. Sembrano chiedersi: “Che ci faccio qui?” e, forse, te lo chiedono senza dire una parola. Gli insegnanti sono altrettanto smarriti dei bambini: guardano e si guardano, si interrogano e si confrontano, cercano sui libri e, molto più spesso, si inventano qualcosa perché il nuovo arrivato non si senta troppo straniero (perché, inutile negarlo, come si fa a non sentirsi stranieri in una classe dove l’unico che non parla e non capisce sei tu, dove i tuoi compagni si vestono in modo diverso da te, dove neppure la maestra, che è grande, riesce a capire ciò che tu non sai spiegare?).
E allora, per accogliere una nuova compagna, presto amica, arrivata da lontano, il modo più semplice ci è sembrato questo:







19 novembre 2014

Credo che la maggior parte degli insegnanti abbia provato l’esperienza di un nuovo arrivo, ad anno scolastico già iniziato, di un bambino o una bambina che non parla una sola parola di italiano, e con cui sembra impossibile riuscire a comunicare. Non sempre i mediatori linguistici sono presenti nelle nostre realtà, e ci si sente spesso impotenti.

Ho sempre creduto che il modo più immediato per un bambino di imparare i termini base di una nuova lingua sia, oltre alla vita quotidiana condivisa istante per istante con i compagni, la realizzazione di un dizionario di base, da arricchire via via di nuovi termini e significati.

Ieri ho chiesto ai bambini di aiutarmi a realizzarlo per la compagna che è con noi da qualche settimana: ognuno ha disegnato un oggetto, un animale o una persona di facile identificazione (alcuni disegni sono stati rifatti, perché troppo complessi) da regalare a questa bambina, perché potesse incollarlo sul suo quaderno ed impararne il nome.