venerdì 3 giugno 2016

Non mi sento una privilegiata



La scuola sta per finire.

Tra i tanti privilegi degli insegnanti, ce n’è uno che pochi ci perdonano: le lunghe vacanze estive.
Eppure, non mi sento una privilegiata.

Non mi sento una privilegiata, perché faccio un lavoro dove non è previsto un manuale d'istruzioni. Un lavoro dove spesso devi adeguare i tuoi interventi uno ad uno, a seconda del bambino che hai di fronte in quel preciso istante e dei suoi bisogni.

Non mi sento una privilegiata perché credo che esistano almeno 28 modi diversi d'imparare, e probabilmente possono stare tutti all'interno di una sola classe. 

Non mi sento una privilegiata quando durante il giorno, la sera prima di dormire, e spesso anche il mattino appena sveglia, penso a come avrei potuto fare di più, al perché di alcune enormi fatiche relazionali (soprattutto con le famiglie), a cosa potrei fare ancora perché ogni bambino possa stare meglio a scuola.

Non mi sento una privilegiata quando sento, fortissima, la responsabilità di ogni parola che dico dentro quelle due aule, perché ci sono 54 paia d’orecchie ad ascoltarle, a pesarle, a ripensarle, magari al chiuso di una cameretta o discutendo con gli amici.

Non mi sento una privilegiata quando cerco, insieme alle colleghe, i modi meno dolorosi (e meno definitivi, perché potremmo pur sempre sbagliarci) per dire a un genitore, o scrivere in un documento di valutazione, che quel bambino, l’essere più prezioso che per un genitore ci sia al mondo, ha delle difficoltà. Non mi sento una privilegiata quando mi chiedo, sempre più spesso, se ho fatto davvero tutto quel che potevo perché queste difficoltà fossero superate.

Non mi sento una privilegiata quando a fine anno mi dibatto tra un 7 o un 8, mentre immagino l’espressione del bambino che leggerà quel voto,  e ad un viso triste o deluso.

Non mi sento una privilegiata quando esco dalla scuola con 26/28 bambini, e penso a tutto quel che potrebbe succedere, e passo le ore a contarli, per assicurarmi che non ne manchi nemmeno uno.

Non mi sento una privilegiata quando, per andare in bagno, devo chiamare la bidella perché stia con i bambini, garantendone la sicurezza e l’incolumità.

Non mi sono sentita una privilegiata ieri, mentre la maggior parte della popolazione attiva staccava dal lavoro, e io, come molti colleghi, correggevo 54 testi e riguardavo altrettante verifiche di grammatica.

Non mi sento una privilegiata, dunque.
E a chi pensa che io lo sia, chiedo sempre: “Ma perché non hai fatto anche tu l’insegnante?” 


C'è un solo motivo per cui mi sento una privilegiata: perché faccio un lavoro che amo. Ma per questo, non occorre essere insegnanti.







Un libro ironico, poetico e delicato, per spiegare ai bambini, ma soprattutto alle maestre stesse, alcune caratteristiche tanto fondamentali quanto irrinunciabili dell’oggetto “maestra”.
Una strana categoria, che accomuna donne giovani e anziane, piene di energia e stanche, impetuose e riflessive, quiete e vulcaniche...
Donne che hanno scelto di fare dell’educazione, prima ancora che dell’insegnamento, la loro vita quotidiana, e che fanno la scuola anche quando non sono a scuola.

Come incomincia:

La maestra ha una parte davanti, che è quella che si vede di solito, e una parte dietro, che si vede quando si gira.
Sopra la maestra c’è il soffitto della classe, o il cielo quando è all’aperto. Sotto la maestra c’è il pavimento, o la ghiaia, o la strada. Intorno alla maestra ci sono i bambini, a volte in fila, a volte in cerchio, in piedi o seduti.
Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio.
Le maestre possono avere colori molto diversi. Possono essere scure, chiare, ricce, lisce, a pallini, a fiori, a spirali, a scacchi e in varie fantasie. Sulla maestra a righe si scrive. Sulla maestra a quadretti si fanno le operazioni. Possono avere molti o pochi vestiti. Sotto al vestito la maestra è tutta nuda. La maestra a volte è un maschio. Anche lui ha forme e colori diversi e anche lui si veste e si spoglia.
Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini.
Nelle giornate buone, la maestra fa entrare nei bambini quello che serve senza perdere niente per strada, né restare svuotata del più piccolo aggettivo.
Se una maestra manca, si fa una sottrazione. Se arriva una maestra nuova, si fa un’addizione. Tutte le maestre e i maestri del mondo andrebbero divisi per tutti i bambini del mondo. Quando non ci sono abbastanza maestre allora bisogna moltiplicarle.”

MATTIANGELI S. – CARRER C., Come funziona la maestra, Il castoro