lunedì 19 gennaio 2015

Piccoli e coraggiosi: Issun Boshi, Pollicino e Tredicino

Da tempo mi sono accorta che, per la didattica, l'utilizzo del computer in classe si rivela davvero molto utile: in questo modo posso infatti documentare efficacemente le conversazioni e le riflessioni con i bambini, permettendo alle famiglie di conoscerne i contenuti e ai bambini di esercitarsi nella lettura su testi prodotti collettivamente, e per questo più significativi.

Dopo Issun Boshi, ho pensato che sarebbe stato bello far conoscere ai bambini altri due minuscoli protagonisti delle fiabe tradizionali: ho quindi letto loro Il viaggio di Pollicino, tratto dal magnifico volume Taschen




e Tredicino, contenuto nella raccolta 






Queste le riflessioni dei bambini dopo la lettura delle tre fiabe:

"In questi giorni abbiamo letto tre fiabe: Issun Boshi, Il viaggio di Pollicino e Tredicino. La prima è di origine giapponese, la seconda arriva dal nord Europa, la terza è una fiaba italiana.
Abbiamo scoperto molte somiglianze e alcun differenze:

  • tutti e tre i protagonisti sono molto piccoli (Issun Boshi e Pollicino non sono più grandi del pollice di un bambino);
  • tutti e tre sono furbi, agili e coraggiosi;
  • tutti e tre decidono di partire in cerca di avventure e di fortuna (anche se nella fiaba di Tredicino è la mamma a chiedere ai figli di partire);
  • tutti e tre saltellano o saltano;

  • nelle tre storie le mamme danno ai figli il cibo;
  • Issun Boshi e Pollicino alla partenza ricevono in dono un ago; Tredicino chiede al re uno spillo lungo un braccio;
  • tutti devono trovare un tesoro: Issun Boshi la ragazza, Pollicino i talleri del re, e Tredicino le coperte, il pappagallo e il lupo;
  • tutti e tre si ritrovano a palazzo;
  • Issun Boshi e Pollicino finiscono uno nella pancia dell'orco e l'altro nello stomaco della mucca nera; Tredicino rinchiude il lupo dentro la bara di legno;
  • nella storia di Tredicino il papà è morto, nelle altre due non muore nessuno;
  • alla fine della storia Issun Boshi cresce, Pollicino e Tredicino rimangono piccoli."




     Il viaggio di Pollicino
     
    Un sarto aveva un figlio piccolo piccolo, non più alto di un pollice, e per questo lo aveva chiamato Pollicino. Pollicino era, in compenso, molto coraggioso, e un giorno disse a suo padre -Babbo, voglio andarmene per il mondo a ogni costo-. -Bene, figlio mio- disse il vecchio; prese un lungo ago da rammendo e alla fiamma di una candela vi fece una capocchia di ceralacca: -Eccoti una bella spada per il viaggio-. Il piccolo sarto voleva mangiare ancora una volta con i genitori, perciò andò in cucina a vedere che cosa avesse preparato la mamma come pranzo d'addio. Era tutto pronto, e il piatto era sul focolare. Egli disse: -Be', che si mangia oggi?-. -Guarda tu stesso- rispose la madre. Allora Pollicino saltò sul focolare e guardò nel piatto, ma siccome allungò troppo il collo, il vapore che saliva dalle vivande lo prese e lo trascinò su per il camino Quando ricadde a terra, il piccolo sarto si ritrovò fuori nel vasto mondo; errò qua e là e andò a bottega da un padrone, ma non gli piaceva quello che gli davano da mangiare. -Signora padrona- le disse Pollicino -se non mi prepara un cibo migliore me ne vado, e domani mattina scriverò con il gesso sull'uscio di casa"Patate troppe, carne non c'è, ti saluto delle patate grande Re!."--Cosa vuoi, tu, pulce?- disse la padrona; andò in collera e afferrò uno straccio per colpirlo; ma il nostro piccolo sarto si acquattò, agile, sotto il ditale, di là fece capolino e mostrò la lingua alla padrona. Ella sollevò il ditale per afferrarlo, ma Pollicino si gettò tra gli stracci e mentre la padrona li buttava di qua e di là per cercarlo, egli si cacciò nella fessura del tavolo -Ehi, ehi, signora padrona!- gridò sporgendo la testa, e quando ella stava per colpirlo, lui saltò giù nel cassetto. Alla fine però la padrona riuscì ad acchiapparlo e lo cacciò di casa. Cammina cammina, il piccolo sarto arrivò in una gran foresta, dove incontrò una banda di briganti che volevano rubare il tesoro del re. A vederlo essi pensarono che un cosino simile potesse essere loro utile. -Olà!- gridò uno -tu, Maciste, vuoi venire con noi alla camera del Tesoro? Puoi strisciare dentro quatto quatto e gettarci fuori il denaro.- Pollicino rifletté‚ e infine disse di sì e li accompagnò alla camera del Tesoro. Osservò bene la porta da cima a fondo, per vedere se vi fosse una crepa; fortunatamente ne trovò una, ma stava per entrare quando una delle sentinelle disse: -Guarda là che brutto ragno! Voglio schiacciarlo-. -Ma lascia in pace quella povera bestia- disse l'altra -non ti ha fatto niente.- Così Pollicino riuscì a passare illeso attraverso la fessura. Giunto nella camera del Tesoro, aprì la finestra e buttò uno scudo dopo l'altro ai briganti che se ne stavano là sotto. Ma, sul più bello, sentì venire il re che voleva rimirare il suo tesoro, così dovette nascondersi in fretta. Il re si accorse che mancava un bel po' di talleri sonanti, ma non riuscì a capire chi potesse averli rubati, poiché‚ le serrature erano in buono stato e tutto pareva ben custodito. Allora se ne andò dicendo alle due sentinelle: -Fate attenzione, c'è qualcuno dietro al denaro-. Quando Pollicino riprese il suo lavoro da capo, le guardie sentirono il denaro muoversi tintinnando: clip, clap, clip, clap. Allora si precipitarono dentro per acchiappare il ladro. Ma il piccolo sarto, che li udì venire, fu ancora più lesto, saltò in un angolo e si nascose sotto uno scudo, che lo copri interamente. Poi si mise a canzonare le guardie gridando: -Ehi, son qui-. Quelle gli si avventarono contro, ma non fecero in tempo ad arrivare che Pollicino era saltato sotto uno scudo in un altro angolo e, gridava: -Ehi, son qui!-. Quelle si slanciarono indietro, ma Pollicino era già da un pezzo in un terzo angolo e gridava: -Ehi, son qui!-. Così li fece correre avanti e indietro come matti per la stanza, finché‚ se ne andarono sfiniti. Allora, a uno a uno, buttò fuori tutti gli scudi; l'ultimo lo scagliò con tutte le sue forze, ci saltò sopra, e così scese al volo dalla finestra. I briganti lo colmarono di lodi: -Sei un grande eroe- dicevano -vuoi diventare il nostro capo?-. Ma Pollicino si scusò dicendo che prima doveva vedere il mondo. Allora divisero il bottino, ma egli volle soltanto un soldo, perché‚ non poteva portarne di più. Poi cinse nuovamente la spada, disse addio ai briganti e se ne andò per la sua strada. Andò a lavorare presso qualche mastro artigiano, ma siccome il mestiere non gli riusciva, entrò a servizio come domestico di una locanda. Ma le serve non lo potevano soffrire perché‚, senza essere visto, egli vedeva tutto quello che esse facevano di nascosto e andava a riferire ai padroni ciò che si erano prese dai piatti o avevano portato via dalla cantina. Allora dissero: -Aspetta un po' che ti rendiamo pan per focaccia!- e si misero d'accordo per giocargli un brutto tiro. Infatti una volta che una di loro stava falciando il giardino, vedendo Pollicino correr qua e là, su e giù per gli steli, lo falciò svelta insieme all'erba, legò il tutto in un grosso straccio, e lo gettò di nascosto alle mucche. Se lo ingoiò una nera e grossa, senza fargli alcun male. Ma laggiù dov'era finito non gli piaceva perché‚ era tutto buio e non c'era neanche una candela. Quando munsero la mucca egli gridò:-Tic, tac, ulmo, olmo il secchio è già colmo?-Il rumore della mungitura, tuttavia, impedì che lo sentissero. Poco dopo entrò nella stalla il padrone e disse: -Domani questa mucca deve essere macellata-. Allora a Pollicino venne una gran paura e si mise a gridare più forte: -Son qua dentro!-. Il padrone l'udì ma non capiva da dove provenisse la voce e disse: -Dove sei?-. -Dentro a quella nera.- Ma il padrone non capì che cosa volesse dire e se ne andò via. Il giorno dopo la mucca fu macellata. Fortunatamente nello squartarla, a Pollicino non fu torto neanche un capello, ma finì tra la carne da salsiccia. Quando il macellaio si avvicinò per mettersi al lavoro, egli gridò con quanto fiato aveva in gola: -Non tagliate troppo a fondo! Non tagliate troppo a fondo! Sono qua sotto!-. Ma per via del rumore, nessuno lo udì. Ora il povero Pollicino era in pericolo, ma la necessità aguzza l'ingegno, così si mise a saltare con grande agilità fra i coltellacci, in modo che neanche uno lo toccò e riuscì a salvare la pelle. Ma non riuscì ancora a sfuggire; non c'era altra soluzione: dovette lasciarsi pigiare in un sanguinaccio insieme a pezzetti di lardo. Il luogo era un po' stretto, e per giunta, lo affumicarono appeso alla cappa del camino, dove egli si annoiò parecchio. Finalmente, d'inverno, lo tirarono giù, perché‚ la salsiccia doveva essere offerta a un ospite. Quando la padrona la tagliò a fette, Pollicino fece bene attenzione a non allungare troppo il collo, per non rischiare di farselo tagliare; finalmente colse il momento adatto, si fece largo e saltò fuori. Il piccolo sarto non volle trattenersi ulteriormente in quella casa dove gli era andata così male, e si rimise subito in cammino. Ma mentre era in aperta campagna, incrociò una volpe che lo inghiottì mentre era soprappensiero. -Ehi, signora volpe!- gridò il piccolo sarto -sono finito nella vostra gola, lasciatemi andare!- -Hai ragione- rispose la volpe -mangiarti è come non aver niente nello stomaco; se mi prometti i polli che sono nel cortile di tuo padre, ti lascerò libero.- -Con tutto il cuore- rispose Pollicino -avrai tutti i polli, te lo prometto.- Allora la volpe lo lasciò andare e lo portò a casa lei stessa. Quando il padre rivide il suo amato figlioletto, le diede volentieri tutti i polli. -In compenso ti porto a casa una bella moneta- disse Pollicino a suo padre, e gli porse il soldo che si era guadagnato in viaggio. -Ma perché‚ la volpe si è beccata i poveri pollastrelli?- -Ma sciocco, a tuo padre sarà sempre più caro suo figlio che i polli del cortile.-

    http://www.grimmstories.com/it/grimm_fiabe/il_viaggio_di_pollicino_il_piccolo_sarto




     

     




     Tredicino

    C'era una volta una vedova che aveva tredici figli. Il piu' giovane era stato soprannominato Tredicino. Un giorno. la madre li riuni' e disse: "Figli miei, sono troppo povera e vecchia per nutrirvi. Siete diventati grandi e potete sbrigarvela da soli." I tredici ragazzi la salutarono, fecero fagotto e si misero in cammino. Arrivarono ben presto al castello del re e bussarono per chiedere l'elemosina. "Siete in troppi! - esclamo' il re - Non posso fare l'elemosina a tutti. Pero' se uno di voi e' abbastanza coraggioso da portarmi il piumone del grosso lupo che vive nella foresta, gli daro' una lauta ricompensa, che potrete dividere in tredici." I fratelli si guardarono senza dire niente, ma Tredicino avanzo' con audacia e disse: "Maesta', datemi un ago lungo due metri e andro' a prendere il piumone!" Con l'ago di due metri, il ragazzo ando' ad appostarsi accanto alla tana del lupo. Quando lo vide uscire, sali' sul tetto, entro' dal camino e si nascose sotto il letto. Durante la notte, mentre il lupo, rannicchiato sotto il piumone, dormiva, Tredicino comincio' a fargli il solletico con il suo lungo ago. Il lupo comincio' a rigirarsi, finche' fece scivolare a terra il piumone. Il ragazzo lo afferro' e fuggi'. Il lupo non si era svegliato, ma aveva in casa un pappagallo particolarmente scaltro ed erudito che sapeva persino l'ora esatta. Il mattino dopo, il lupo domando':
    "Pappagallo che ora e'?" "Sono le cinque precise - rispose il pappagallo - E' stato Tredicino a rubarti il piumone." "Ah, davvero? - domando' il lupo - E chi sarebbe Tredicino?" "E' piccolo quanto intelligente!" rispose il pappagallo. "Bene - disse il lupo - Aspetta che lo acchiappo e me lo mangio in un boccone." Il re rimase molto meravigliato di veder tornare Tredicino con il piumone e disse: "Visto che sei cosi' astuto, sarai certamente in grado di portarmi il cuscino del lupo, quello su cui sono cucite delle piccole campanelle. Dopo ti daro' il denaro che ti spetta." Il re non era certo propenso a elargire il suo denaro! Infatti avrebbe preferito che Tredicino venisse divorato dal lupo. "Con piacere, Maesta'" rispose Tredicino. "Datemi soltanto degli stracci." Con gli stracci riparti' per andare alla tana del lupo. Si arrampico' sul tetto, entro' dal camino e si nascose sotto il letto. Quando il lupo si addormento', Tredicino avvolse accuratamente ogni campanella in uno straccio, tiro' delicatamente il cu cino e fuggi'. Il lupo si sveglio' il mattino seguente e domando': "Pappagallo, che ora e'?" "Sono esattamente le quattro, ed e' stato Tredicino a prenderti il cuscino! "Ah, davvero? Aspetta che lo acchiappo e me lo mangio in un boccone." Il re non era ancora soddisfatto e disse a Tredicino: "Ti rendero' ricco se mi porti il lupo in persona!" Questa volta il ragazzo si spavento' seriamente e non rispose niente. Ma, dopo aver riflettuto a lungo, prese un carretto e vi carico' delle assi di legno e dei chiodi. Poi, si avvio' verso la tana del lupo. Quando vi giunse grido': "Tredicino e' morto, chi mi aiutera' a costruirgli la bara?" "Io! - disse il lupo, uscendo d'un balzo di casa - Ti aiutero' con immenso piacere!" Insieme, inchiodarono le assi e in breve ultimarono la bara. "Adesso - disse Tredicino - vediamo se la bara e' delle giuste dimensioni. Tu, lupo, hai piu' o meno la stessa corporatura di Tredicino. Entra nella bara." Senza alcun sospetto, il lupo si distese nella bara; veloce, Tredicino mise il coperchio e l'inchiodo'. "Cosa stai facendo?" urlo' il lupo. "Non lo vedi? - disse Tredicino ridendo - Inchiodo il coperchio! E se non conosci l'ora esatta, domanda al tuo pappagallo." "Pappagallo - grido' il lupo - che ora e'?" "E' l'ora di dire le tue ultime preghiere! - rispose il pappagallo - Ed e' stato Tredicino a catturarti!" Tredicino carico' sul carretto la bara e la gabbia contenente il pappagallo.
    Questa volta il re fu costretto a dargli la ricompensa pattuita. Tredicino prese un grosso sacco pieno di monete d'oro e il pappagallo che sapeva tutto e ritorno' dalla madre con i dodici fratelli.