venerdì 26 settembre 2014

I bambini scrivono, ovvero Non di sole Invalsi vive la scuola



Quando penso ai miei bambini li immagino mentre giocano, disegnano, leggono o scrivono. Mentre leggono per puro piacere, ovvio, non per rispondere a delle domande, crocettando qui e là la risposta giusta, non per dimostrare a maestri e ministeri di aver compreso tutto (concordanze, significati espliciti e impliciti, ortografia e grammatica) ma perché leggere è bello, divertente, perché chi legge vive mille vite, e forse impara a vivere meglio anche la propria.

E poi li immagino scrivere: non a riempire schede su schede con CU/QU/CQU O SCE/SCI/SCIE, o con l’H da mettere o togliere, per poi dimenticarsene un istante dopo. Li immagino scrivere su un quaderno un po’ rabberciato e forse sporco di cioccolato o succo di frutta, con sabbia fra le pagine o fili d’erba e fiori sparsi qua e là. O meglio ancora, su fogli piegati, tagliati e incollati (a volte con lo scotch) a formare dei minuscoli, inimitabili libretti, copie uniche preziosissime da riguardare fra qualche anno con tenerezza e qualche sorriso.
 
Li immagino così, dunque: e penso a quel che si perdono le prove Invalsi, che pensano di poter fotografare la scuola italiana dimenticando la scrittura creativa, la produzione spontanea e personale, la lettura come regalo. Penso che questi test possano forse essere una fotografia reale di alcune competenze più o meno raggiunte: reale, sì, ma parziale, come se di un volto inquadrassimo solo l’orecchio, o il mento, pretendendo da quel particolare di leggerne tutto l’insieme. 

E allora, ecco una piccola parte di ciò che l’Invalsi non potrà mai valutare: