venerdì 27 novembre 2015

Una torre non è un brutto posto / per aspettare



Forse è un problema dovuto solo alla mia forma mentis anarchica, ma trovo piuttosto inefficace presentare ai bambini le diverse tipologie testuali divise a compartimenti stagni; qui la fiaba, là il testo descrittivo, poi quello informativo, e a Natale, Pasqua e primavera, la poesia.

Leggo fiabe –fiabe vere, le edizioni integrali e originali dei Grimm, Andersen o Calvino- fin dalla prima, scegliendole a seconda dell’età dei bambini e dell'argomento.

L’anno scorso, complice una programmazione iniziale su frutta e ortaggi, ci divertimmo moltissimo con  
Padron di ceci e fave 
La principessa sul pisell
 Jack e il fagiolo magico
L'alfabeto delle fiabe 

Quest’anno, meditando sul tema dell’attesa, ho pensato a quale fiaba potesse essere adatta: e invece della fiaba, è stata la poesia a sussurrarmi le parole giuste nell’orecchio. Prima ancora di prendere il libro tra le mani, sapevo che sarebbe stata perfetta.






Una torre non è un brutto posto
per aspettare
per guardare cosa succede
spingere lo sguardo fin dove si vede
contare le cime degli alberi
cercare un fiume
indovinare gli uccelli
dai versi dal volo dal colore delle piume
giù il sole, su la luna
conoscere le stelle una ad una.
Anche se tutto resta uguale
-non ci sono porte
non ci sono scale-
si allungano i miei capelli
(sembrano disciplinati ma sono ribelli,
sembra una treccia ma è una strada segreta,
sembra una treccia e invece è la fine
della mia attesa inquieta).

Silvia Vecchini, In mezzo alla fiaba, Topipittori


Non si può fare a meno di questo libro: dovrebbe essere regalato ad ogni insegnante –e non solo di lingua italiana- della penisola, perché possa accompagnare il necessario cammino di conoscenza della fiaba, della sua struttura, dei suoi luoghi, dei suoi personaggi, con un universo di senso che passa solo e soltanto attraverso un uso accorto e meditato della parola poetica.

Mi pare di poter dire che Silvia Vecchini faccia proprio questo: e i bambini lo capiscono, capiscono che ogni parola, ogni virgola, ogni punto, sono assolutamente necessari. Altrimenti sarebbero stati cancellati.
È così, la poesia: resta solo l’essenziale. 




























In mezzo alla fiaba










C'era una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa. Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. "Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra s': "Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno." Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie La donna si preparò subito un'insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L'uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino. Ma grande fu il suo spavento quando si vide davanti la maga che incominciò a rimproverarlo aspramente per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come pot'‚ raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. Infine la maga disse: "Mi contento di quel che dici e ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo." Impaurito, l'uomo accettò ogni cosa e quando sua moglie partorì, subito comparve la maga, diede il nome di Raperonzolo alla bimba e se la portò via.

Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo, ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala n‚ porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la maga voleva salirvi, da sotto chiamava:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli."
Raperonzolo aveva infatti capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando la maga chiamava, ella scioglieva le sue trecce, annodava i capelli in alto, al contrafforte della finestra, in modo che essi ricadessero per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.

Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nel bosco ove era la torre, vide la bella Raperonzolo alla finestra e la udì cantare con voce così dolce che tosto se ne innamorò. Egli si disperava poiché‚ la torre non aveva porta e nessuna scala era alta a sufficienza. Tuttavia ogni giorno si recava nel bosco, finché‚ vide giungere la maga che così parlò:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!"
Così egli capì grazie a quale scala si poteva penetrare nella torre. Si era bene impresso nella mente le parole che occorreva pronunciare, e il giorno seguente, all'imbrunire, andò alla torre e gridò:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!"
Ed ecco, ella sciolse i capelli e non appena questi toccarono terra egli vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto.

Raperonzolo da principio si spaventò, ma ben presto il giovane principe le piacque e insieme decisero che egli sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla. Così vissero felici e contenti a lungo, volendosi bene come marito e moglie. La maga non si accorse di nulla fino a quando, un giorno, Raperonzolo prese a dirle: "Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da sollevare del giovane principe?" - "Ah, bimba sciagurata!" replicò la maga, "cosa mi tocca sentire!" Ella comprese di essere stata ingannata e andò su tutte le furie. Afferrò allora le belle trecce di Raperonzolo, le avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, prese le forbici con la destra e "zic zac," le tagliò. Indi portò Raperonzolo in un deserto ove ella fu costretta a vivere miseramente e, dopo un certo periodo di tempo, diede alla luce due gemelli, un maschio e una femmina.

La stessa sera del giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, la maga legò le trecce recise al contrafforte della finestra e quando il principe giunse e disse:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!"
ella lasciò cadere a terra i capelli. Come fu sorpreso il principe quando trovò la maga al posto dell'amata Raperonzolo! "Sai una cosa?" disse la maga furibonda "per te, ribaldo, Raperonzolo è perduta per sempre!" Il principe, disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere. Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini. La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch'ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli pot‚ vederci come prima.