sabato 2 gennaio 2016

Non sappiamo mai quanto alti siamo, ovvero #sololibribelli 6 - La cena del cuore - Tredici parole per Emily Dickinson


Non sappiamo mai quanto alti siamo
Finché non ci chiedono di alzarci
E allora se teniamo fede al nostro piano
Il cielo raggiungiamo
L’eroismo che facciamo nostro
Sarebbe ordinaria cosa
Se per paura di essere re
Non ci piegassimo nella posa


Beatrice Masini - Pia Valentinis, La cena del cuore – Tredici parole per Emily Dickinson, rueBallu edizioni


A che serve un taccuino? A raccogliere parole, schizzi, disegni, pensieri, sensazioni…
E proprio come un taccuino è realizzato questo splendido libro di Beatrice Masini e illustrato da Pia Valentinis, pubblicato da rueBallu edizioni
Un cordoncino nero a fermare le pagine, i versi di Emily Dickinson  (molte poesie e alcuni brani di lettere), la voce in prima persona di ognuna delle parole scelte (casa, ritratto, pietre…famiglia, amore, successo…la cena del cuore), la narrazione intima e schiva della vita di Emily, le suggestive immagini di Pia Valentinis: tutto concorre a rendere questo libro prezioso, e, come scrive l’autrice, a rendere smanioso il lettore di scoprire, dai frammenti, dalle schegge, dalle briciole, tutto l’intero.

Come incomincia:

1
Casa
Le scricchiolo addosso. La ascolto.
La accolgo. La tengo. È sempre con me.
La vesto, sono un vestito di stoffa e legno
e chiodi e cose, cose, cose. Le cose necessarie, poche.
Vestiti semplici. Un gatto e un dizionario.
Carta e inchiostro. Silenzio e solitudine.
Il cane Carlo. Pane e fiori. La vita piccola
di tutti i giorni, ogni giorno diverso,
ogni giorno uguale.
Non vuole lasciarmi. Non so se mi ama,
ma certo non vuole lasciarmi.
Rifugio e prigione. Ecco quello che sono.

Si comincia dalla casa perché è il guscio, la buccia, ciò che ci accoglie e ci definisce. Il primo posto del mondo che si conosce quando gli occhi cominciano a posarsi sulle cose, a dar loro una forma. La casa è importante per tutti noi, in un modo o nell’altro. C’è chi la desidera bella, grande, comoda, e vuole mostrarsi agli altri anche attraverso le cose di cui si circonda. Chi è più noncurante e si accontenta di un posto piccolo, modesto, di passaggio. Quando due persone si vogliono bene desiderano metter su casa insieme. Viene in mente il lavoro degli uccelli quando vanno a cercare rametti, bioccoli, fili d’erba per costruire un nido. La casa diventa ancora più importante per chi non ne esce quasi mai. È il confine, ciò che separa e difende dal mondo.
Emily Dickinson passa la sua vita soltanto in due case. La prima è anche l’ultima: la Dickinson Homestead, fatta costruire sa suo nonno nel centro di Amherst, Massachusetts, Stati Uniti d’America, nel 1813. La sua è una famiglia importante; il papà è un avvocato, un professore, un uomo politico al Congresso, impegnato per l’abolizione della schiavitù; la Dickinson Homestead è la casa di una famiglia importante, grande e bella, la prima casa di mattoni di tutta la città. Emily ci abita fino a dieci anni; dai dieci ai venticinque si trasferisce in un’altra dimora: poi torna a vivere lì dove è nata. “Credo che le mie cose siano state portate tutte in una cappelliera”. Di che cosa ha bisogno un poeta, se non di un foglio, una penna, e se stesso?

MASINI B. – VALENTINIS P., La cena del cuore – Tredici parole per Emily Dickinson, rueBallu