mercoledì 19 giugno 2013

B come Blop




Un’altra geniale creatura firmata Hervé Tullet: Blop.

Ci sono Blop grandi, piccoli, bianchi, neri, colorati, che guardano, imparano e scoprono, che salgono e scendono, che si uniscono a Blop di altri colori e formano nuovi Blop…

 
Come incomincia:

 
“IO SONO BLOP!

BLOP NERO

BLOP BIANCO

UN BLOP MOLTO GRANDE

UN BLOP MOLTO PICCOLO

BLOP CRESCE

BLOP GUARDA

BLOP SCOPRE

BLOP IMPARA

BLOP SALE

BLOP SCENDE

BLOP CONTA

BLOP CONTA ANCORA…

 

TULLET H., Io sono Blop!, Phaidon - ElectaKids



Proviamo, se la nostra classe lo rende possibile e se non lo riteniamo troppo complesso per i bambini più in difficoltà, a far comprendere che le sillabe non si formano solamente unendo una consonante a una vocale (o, come con le sillabe inverse, una vocale ad una consonante), né le parole esclusivamente accostando sillabe semplici: talvolta troveremo sillabe formate da più consonanti e una sola vocale, o da due vocali, e parole derivate dall’unione di sillabe complesse.

Aiutiamo i nostri alunni a formare un pensiero capace di andare oltre le regole semplici, per creare il complesso, ciò che sfugge alle schematizzazioni più rigide: spesso serve proprio questa libertà di pensiero per aprirsi al mondo e alle nuove conoscenze.

 
BLOP è proprio questo: qualcosa che sfugge alle regole (non dimentichiamolo, Tullet è il padre di Turlututù, nulla dovrebbe stupirci!).

Blop non è una figura geometrica, non è una cosa, né un animale, né una persona: se avessimo già cominciato con le prime classificazioni grammaticali del nome, ci troveremmo in difficoltà a definirlo in una categoria.

Eppure BLOP è e fa tutto ciò che siamo e facciamo noi: cresce, guarda, scopre, gioca, va a scuola, ha una famiglia, fa festa, va al museo…

Ogni pagina ha pochissime parole scritte in stampato maiuscolo e le immagini essenziali a rendere chiaro il concetto espresso. Non temo di usare il termine “geniale” : Tullet lo è, indiscutibilmente.

Nella doppia pagina dedicata a BLOP SCOPRE, a sinistra c’è una superficie a specchio, a destra la scritta speculare: se vogliamo leggerla, dobbiamo restringere l’angolo tra le due pagine in modo che la scritta si rifletta nella pagina accanto e diventi leggibile.
 
Nel libro ci sono BLOP malati o addirittura rotti (con l’indicazione di riattaccarne i cocci), con un bernoccolo (naturalmente a forma di BLOP ), al museo travestiti da Mondrian, o in cielo a far nuvole e sole…

 
Insomma, un libro su cui si potrebbe lavorare per giorni, settimane: ma non ci rimarrebbe più tempo per altri libri!



Proposte didattiche: lingua italiana

La consonante B


 
BLOP fa, IO faccio…

 
Dopo aver letto il libro e disegnato BLOP sul proprio quaderno, proponiamo ai bambini di piegare la pagina successiva a metà. Nella colonna di sinistra scriviamo BLOP CRESCE, in quella di destra IO CRESCO,  a sinistra BLOP GUARDA, a destra IO GUARDO, BLOP SCOPRE, IO SCOPRO, riprendendo tutti i verbi del libro e proseguendo con quelli suggeriti dai bambini.
Se lo riteniamo utile, in un’ottica di superamento dell’egocentrismo e di passaggio dall’IO al NOI, possiamo proporre un ulteriore esercizio, nella pagina successiva: IO CRESCO, NOI CRESCIAMO, IO GUARDO, NOI GUARDIAMO, IO SCOPRO, NOI SCOPRIAMO…


Arte e immagine

BLOP A COLORI
 
Molte pagine del libro sono dedicate ai BLOP a colori e a ciò che succede loro quando s’incontrano e si mischiano: realizziamo questi miscugli con i colori a tempera e utilizziamo i colori secondari ottenuti per dipingere fogli di carta che ci serviranno successivamente per svariate attività artistiche.

Se vogliamo, possiamo scrivere sul quaderno:

 
BLOP GIALLO + BLOP BLU = BLOP VERDE

 
e tutti i successivi miscugli, disegnando ogni BLOP sotto il colore corrispondente

martedì 18 giugno 2013

T come Topi(ni)

Una famiglia di sette topini, mamma, papà e talvolta anche i nonni. Le loro avventure si snodano sul filo della quotidianità, quella che ogni bambino vive (con un’eccezione per il bucato; chi dei nostri bambini avrà mai lavato qualche panno insieme ai grandi? Per fortuna oggi ci sono le lavatrici… Eppure uno dei miei ricordi più belli riguarda i fazzoletti lavati, e persi, nel ruscello accanto al prato in montagna dove intanto tutti i grandi lavoravano il fieno…)
Nel mondo di Iwamura i colori sono tenui, la natura è accogliente, anche se talvolta può capitare qualche situazione pericolosa (un serpente nel bosco, papà che si allontana in mare sul materassino…); i topini affrontano situazioni nuove accompagnati e aiutati dagli adulti, che non si sostituiscono a loro, ma permettono di fare esperienza, anche in situazioni non del tutto conosciute, proprio come dovrebbe avvenire per i piccoli a due zampe e senza baffi.
Le avventure della famiglia Topini si snodano in quattro albi sapientemente e delicatamente illustrati:




Come incomincia:

“Dopo la pioggia la luce del sole illumina il bosco. La cicala incomincia a cantare.
Mamma Topina dice ai topini: -Oggi dobbiamo fare il bucato: portatemi i pantaloni, le camicie, le lenzuola e i pigiamini.
Fa molto caldo, questa mattina! Che bello fare il bucato con la mamma! Fra poco arriveranno anche il Papà e i Nonni.
Il giglio di montagna è fiorito e sulle sue foglie luccicano gocce di rugiada. Un topino per scherzo si è messo in testa un lenzuolo!
Nell’aria spira fresco e leggero un venticello ei topini raggiungono il fiume saltellando.”

IWAMURA K., Il bucato della famiglia Topini, Babalibri




Come incomincia:

“Nel bosco sia avvicina l’autunno e mamma Topini è molto indaffarata. Domani i suoi sette topolini andranno a scuola per la prima volta.
Sette cappelli fabbricati con i tappi di bottiglia. Sette tascapani gialli. Sette paia di scarpe in guscio di noce. Tutto fatto da mamma Topini.
-Domani andrete a scuola. Questa sera, quindi, bisogna andare a letto presto-, dice la mamma.
Ma i sette piccoli rispondono: -Io non voglio andare a scuola perché è troppo lontana.
-Io non voglio andarci perché di mattina ho sonno.
-Io non voglio andarci perché fuori c’è il vento freddo.
-Io non voglio andarci perché non conosco gli altri bambini.
-Io non voglio andarci perché ci sono i cattivi.
-Io non voglio andarci perché lungo la strada ci sono i serpenti.
-Io non voglio andarci perché non voglio.”

YAMASHITA – IWAMURA, La famiglia Topini va a scuola, Babalibri





Come incomincia:

“Sette topini vanno a scuola. Domani però la scuola finisce e cominciano le vacanze estive.
-Domani andremo tutti al mare-, dice Papà.
I sette topini saltano di gioia.
-Io so nuotare a stile libero.
-Io so nuotare a rana.
-Io farò surf.
-Io sci d’acqua.
-Io pescherò.
-Io nuoterò a cagnolino.
-E io a topolino.
Ma sarà saggio portare i topini al mare? E se si perdono? E se si fanno male? E se vengono trascinati via dalle onde? Preoccupato, Papà costruisce sette salvagenti e a ognuno attacca una lunga corda.”

YAMASHITA – IWAMURA, La famiglia Topini va al mare, Babalibri



 
Come incomincia:

“Il vento soffia e fiocca la neve. E' un inverno molto freddo.
Che cosa stanno facendo i topini nella grande stanza riscaldata dalla stufa?
Due stanno segando, gli altri, seduti attorno al tavolo, stanno preparando un nuovo gioco
 
IWAMURA K., L'inverno della famiglia Topini, Babalibri


P.s. Un solo dubbio: perché mamma è scritto sempre in minuscolo, mentre Papà in maiuscolo? Scelta degli autori o del traduttore? In ogni caso, scelta discutibile…


P.p.s. Tenete a mente “La famiglia Topini va a scuola”: la incontreremo senz’altro il prossimo 12 settembre…

lunedì 17 giugno 2013

T come Trixie TEN



Eccoci pronti ad entrare nel mondo di Trixie TEN: dieci fratellini in punta di dita (in senso letterale: ognuno è un’impronta digitale), di dieci colori diversi, con acconciature e abitudini diverse, e molto, molto rumorosi. Tanto rumorosi che un bel giorno Trixie, stanca e stufa di tutto quel baccano, infila tre cosucce nella sua valigetta preferita e se ne va, di nascosto, alla ricerca di un posto tranquillo, finché…

Come incomincia:

“Trixie TEN ha nove fratelli molto ma molto chiassosi.
Wanda ONE starnutisce sempre.
Thomas TWO ha sempre il singhiozzo.
Theo THREE fa ruttini rumorosi.
Florence FOUR ridacchia continuamente.
Felix FIVE salta di felicità.
Scarlett SIX inciampa ovunque.
Sam SEVEN si sorprende per le piccole cose.
Emily EIGHT ha sempre il naso che cola ma non ha mai il fazzoletto.
Nathan NINE è il più pestifero di tutti, si finge un leone.
Prima di andare a nanna, per assicurarsi che siano tutti sani e salvi sotto le loro coperte rimboccate, Trixie e i suoi fratelli si contano: Wanda ONE, Thomas TWO, Theo THREE, Florence FOUR, Felix FIVE, Scarlett SIX, Sam SEVEN, Emily EIGHT, Nathan NINE, Trixie TEN.
Trixie prova ad addormentarsi, ma… HI HI HI HI   HOP HOP   SNIFF SNIFF   OOPPS   HIC HIC HIC   BURP   WOW   ACIUUUUUU   ROAR
-Nove fratelli fanno davvero un gran baccano! - sospira Trixie.”

MASSINI S., Trixie TEN, Valentina Edizioni



La particolarità di questo albo è evidente fin dalla copertina, da cui Trixie TEN ci guarda sorridente: è un’impronta digitale, un po’ ingrandita, con dei bei ricci neri e due tirabaci che le scendono lungo il viso/corpo. È, come dice chiaramente il nome, la n° 10 di una lunga fila di fratelli, ognuno con un nome inglese, la cui iniziale corrisponde a quella del numero corrispondente, tranne la prima, Wanda ONE (o si leggerà Uanda Uan? ... Allora anche in questo caso l’iniziale è la stessa!) …

Proponiamo ai bambini, in un’evidente interdisciplinarietà con la lingua inglese, di disegnare, intingendo nella tempera i dieci polpastrelli, i dieci fratellini, ognuno di un colore diverso, e di scrivere accanto il relativo nome.

Possiamo immaginare la stessa attività sostituendo i numeri inglesi a quelli italiani e cercando quindi con i bambini i nomi adatti, ad esempio:

UMBERTO UNO
DARIA DUE
TERESA TRE
QUIRINO QUATTRO
CECILIA CINQUE
SERENA SEI
SAMUELE SETTE
OTTAVIO OTTO
NORBERTO NOVE

DILETTA DIECI

In questo albo anche pesci e leprotti sono realizzati con le impronte digitali: mostriamo le immagini ai bambini e, seguendo l'esempio, realizziamo nuove illustrazioni. Il mondo di Trixie TEN è davvero a portata di mano!

venerdì 14 giugno 2013

T come Toti (Scialoja), ovvero L'angolo della poesia



Sono molte le filastrocche, le conte, gli scioglilingua, i non-senses che nel corso degli anni hanno accompagnato il mio fare scuola: Toti Scialoja e Munari, su tutti, senza dimenticare Piumini, Tognolini, Orengo…

Toti Scialoja, dicevo: talvolta, all’inizio della mia “carriera” di maestra, mi chiedevo se i bambini avrebbero capito le sue produzioni. Poi, non me ne è più importato nulla: perché qui non si tratta di capire, o almeno, non soltanto: qui è magnifico lasciarsi catturare dal ritmo, dalla musicalità (onomatopee, allitterazioni prima ancora delle rime), senza più chiedersi nulla.

 
Divertirsi, e divertire: credo che questi amabili poeti siano riusciti in quest’impresa tutt’altro che facile…

 

Alle sette del mattino

c’è un gattino con le ghette

alle otto della sera

la marmotta è alla ringhiera

alle nove del tramonto

il gattino ha il muso unto

alle dieci dell’aurora

la marmotta s’innamora.

 
TOTI SCIALOJA, Ghiro ghiro tonto

 
P.s. Se proprio volete mettervi la coscienza didattica a posto, potete sempre far riconoscere e cerchiare ai bambini tutte le T… :))






sono forte spacco tutto

sono forte e anche brutto

 
ENZO ARNONE - BRUNO MUNARI, ciccì coccò, Corraini







Tonio Romito tagliava il prato,

sette insalate mangiava di fiato,

olio di semi e pane ammuffito,

questa è la storia di Tonio Romito.

 
NICO ORENGO, A-ulì-ulé, Einaudi Ragazzi




 
 

Io sono amica degli animali,
però non sono tutti uguali:
io amo il cane, mi piace il gatto,
però che schifo una mosca nel piatto!
 
ROBERTO PIUMINI, Albero Alberto aveva una foglia, Mondadori
 


 




PER CUOCERE LE TORTE DI GIOCO

 
Acqua farina caffè marmellata

Cuociono i cuochi una torta inventata

Il riso in bocca, le mani in pasta

Briciole zucchero e basta

 
BRUNO TOGNOLINI, Mal di pancia calabrone, Salani

 
 


LA TIGRE




Sono la tigre,
non è un segreto.

E questa coda
è coda di tigre,

queste strisce,
strisce di tigre,

queste zanne,
zanne di tigre.

E quando ho fame,
salto.

Perciò
sta’  più indietro:

Sono la tigre,
non è un segreto.

STEFANO BORDIGLIONI, Non dirlo al coccodrillo, Emme

 





TARANTOLA

Hai mai visto
una tarantola
ballare?

Della danza
vorticosa
è un’artista

in un batter
d’occhio
scende in pista

con le zampette
batte
i tamburelli

mani sui fianchi
e otto
saltelli

Regola della tarantella. Tralalà!
 
ROGER McGOUGH, Bestiario immaginario, Gallucci



giovedì 13 giugno 2013

T come TROPPO TARDI


Quante volte, da bambini, ci siamo sentiti dire: “Troppo tardi!” oppure “No, è troppo tardi!”, oppure ancora, “Peccato, è troppo tardi!”.

Quante volte, ormai adulti, abbiamo ripetuto queste stesse frasi ai nostri figli, o ai nostri alunni, o le abbiamo mormorate, sottovoce, mestamente, o anche solo pensate, da soli, in silenzio.
 

Nel libro di Giovanna Zoboli e Camilla Engman, TROPPO TARDI è l’Altrove, un  luogo che si può raggiungere con qualcuno troppo grosso per difenderti, troppo magico per vederci di notte, troppo gentile per farti compagnia; è un paese dove, al tuo arrivo, tutte le finestre si aprono, tutte le luci si accendono e tutti gli abitanti si affacciano. E finalmente, a TROPPO TARDI, si può fare troppo tardi insieme, per poi, al termine della notte, risvegliarsi la mattina, nel proprio letto, troppo, troppo felici.

 
Come incomincia:

 
"-Adesso è troppo tardi- dice la mamma. –Non si può andare.

-Facciamo troppo tardi-, dice il papà. –Andremo domani.

-Ma io voglio fare troppo tardi- dice Riccardo.

-Ma non si può fare troppo tardi-, dice la mamma.

-Troppo tardi viene buio- dice il papà.

-Troppo tardi fa freddo-, dice la nonna.

-Troppo tardi è tutto chiuso-, dice il nonno.

-Sei ancora troppo piccolo per fare troppo tardi-, dicono tutti e quattro insieme.

TROPPO TARDI è un posto troppo lontano.

Dalla finestra della camera di Riccardo si potrebbe vedere se…non fosse un puntino troppo piccolo per essere visto.

A TROPPO TARDI ci si mette troppo tempo ad arrivare.”

 
ZOBOLI G. – ENGMAN C., Troppo tardi, Topipittori


 
Il dialogo iniziale è serratissimo, Riccardo quasi fatica a dire la sua; pare di vederli, questi quattro adulti coalizzati nell'impedire qualsiasi cosa il piccolo voglia fare.
Non gli rimane altro che rifugiarsi nella sua camera, a guardare dalla finestra (come non pensare a Max, pronto ad essere inghiottito dalla foresta che cresce in camera sua e a partire per "il paese dei mostri selvaggi"?).
TROPPO TARDI è là, un puntino troppo lontano...ma cosa ci fanno un orso con la bicicletta, un gatto bianco con la giubba gialla, la signora Cervo che tutte le mattine innaffia i suoi vasi di funghi?
 
Proviamo ad interrompere la narrazione proprio a questo punto, e a chiedere ai bambini quale potrebbe essere secondo loro il ruolo dei personaggi comparsi nella storia.
 
E poi, proseguendo: perchè al loro arrivo la città è troppo vuota? Dove saranno finiti tutti?
 
E ancora, ormai alla fine: come si sentirà Riccardo dopo aver ballato un "ballo troppo scatenato, che si balla troppo tardi, quando c'è troppa gente, troppa luce, troppo rumore. Troppo troppo."?
 
 
Mi sembra davvero interessante riflettere con i bambini sulle situazioni in cui si sono sentiti dire: "Troppo tardi!"
 
Chi l'ha detto? Perchè? Cos'era successo prima? (è importante notare come in questo modo si possa sovente riflettere sulle relazioni di causa-effetto: Troppo tardi! Il treno era già partito, perchè prima... oppure Troppo tardi! Il vaso si è rotto perchè...)
 
La parola TROPPO, accostata ad aggettivi diversi,  ricorre ripetutamente nel testo: troppo lontano(il posto), troppo piccolo (il puntino) troppo lunga, troppo buia, troppo vuota (la strada per arrivarci)... Alla fine della narrazione, diventa addirittura TROPPO TROPPO.
 
Chiediamo ai bambini cosa significhi per loro TROPPO TROPPO, sia in riferimento al testo che alla loro vita quotidiana (d'istinto mi vengono in mente troppo troppo rumore, troppo troppo di fretta, troppi troppi impegni, a volte perfino troppo troppo amore...).
 
Accogliamo e raccogliamo le loro considerazioni e riflessioni, e facciamone partecipi le famiglie: potrebbe essere un buon modo per iniziare a riflettere sulla nostra vita troppo troppo piena.
 

mercoledì 12 giugno 2013

T come Tararì tararera



Una lingua inventata per narrare le avventure del piccolo Piripù Bibi: il lettore adulto è invitato a giocare con voce, viso e corpo per creare un legame con il piccolo ascoltatore.
 
Come scrive Caterina Ramonda su
 http://biblioragazziletture.wordpress.com/2010/03/15/tarari-tararera/

"Dice l’autrice che questo è il suo libro “fuori di zucca”, un libro immaginato mettendo al centro il rapporto voce che legge-bambino che ascolta. Dove ciò che conta è condividere una storia divertente, fare le facce, giocare con la voce e farsi complici. A rafforzare la complicità, il fatto che il testo del libro è scritto in lingua Piripù: una ligua segreta, quasi un messaggio in codice, un non-sense per l’adulto che apre per la prima volta il libro e vi cerca dentro la linearità di un albo. Il linguaggio Piripù lo cogli solo quando leggi ad alta voce, quando fai uscire i suoni guardando le immagini e cominci a ridere. E non importa se leggi con un treenne o con un trentenne, se si è a un’ora in fiaba tra un lettore e dei piccoli ascoltatori o a un’improvvisata tra grandi di fronte a un albo particolare. La storia è divertente, le immagini ci accompagnano e ci suggeriscono, ma quel che resta è il senso della condivisione: cosa c’è di più intimo nel parlare del condividere un linguaggio proprio, magari segreto, magari dove parole di tutti giorni hanno un altro significato speciale solo nostro? I lessici familiari (gli sbrodeghezzi che il babbo di Natalia Ginzburg non sopporta come i modi di dire raccontati da Gloria Origgi ne “La figlia della gallina nera”), il linguaggio cifrato tra due persone, le parole solo nostre che ci fanno isole dal mondo, che permettono di sentirci complici, unici, di sorridere del mondo senza farci scoprire: tutto questo diventa suono Piripù da leggere, da reinventare, da ampliare coi bambini quando l’albo è finito."
 
Come incomincia:
 
"Tararì tararera... sesa terù di Piripù: Piripipù Pà, Piripù Mà, Piripù Sò, Piripù Bé e Piripù Bibi.
Piripipù Pà, Piripù Mà, Piripù Sò e Piripù Bé su sero gnamgnam. Piripù Bibi no-no-no: sesa ino ino ino!
Piripù Bibi: Uf! Uf! Uf! Zicche zacche e... Rulba rulba rulba... Uh cichitì! Oh zifulì!
Oh-oh! Un Bubolo Bibi!"
 
BUSSOLATI E., Tararì tararera..., Carthusia
 
 

martedì 11 giugno 2013

Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione?

Ho un'urgenza che non può attendere; è una sorta di groppo, di magone, che posso sfogare qui, e che voglio condividere. Perchè ho bisogno di sapere che altri la pensano come me.
Mia figlia minore ha tredici anni, ed è iscritta alla scuola secondaria di primo grado di un paese vicino, in cui anch'io insegno, nella scuola primaria.
Non l'ho fatto solo, e neppure principalmente, per questioni organizzative; ho scelto una scuola statale che garantisse, oltre all'apprendimento, un'attenzione alla persona, alle dinamiche relazionali, alla socializzazione, all'accoglienza...
Oggi, con alcune amiche, madri di coetanei di mia figlia, sono andata a leggere i quadri di ammissione alla classe successiva o agli esami della scuola del paese in cui vivo, che ho scelto di non far frequentare a mia figlia. Su quattro prime, cinque bocciati (l'anno scorso mi pare fossero otto), nelle classi seconde altri tre o quattro, più un paio non ammessi all'esame. Di questi, la stragrande maggioranza di origine extracomunitaria.
L'origine del mio magone, della mia frustrazione, del mio disagio è tutto qui. Si fa un gran parlare di BES (bisogni educativi speciali), di programmazioni differenziate, di obiettivi minimi...e poi il risultato è questo: una scuola che ferma, che non fa crescere, che non accoglie, che mina le basi della fiducia in se stessi e dell'autostima, che delega ad altri (colleghi, servizi sociali...) quello che non riesce a fare, ciò su cui non riesce a intervenire... Una scuola che pretende la padronanza di una lingua che non è la lingua madre, da parte di ragazzi spesso nati altrove, e che già faticano ad integrarsi nel tessuto sociale, rimanendone sempre più ai margini, se non del tutto esclusi... Io non la voglio, una scuola così, e mi fa male pensare che ancora ci sia.
Io ho potuto scegliere una scuola diversa: e chi non può farlo?
Mi fa male pensare che il futuro di questi ragazzini rischi di franare per colpa nostra:la loro vita è un'esasperante corsa a ostacoli, in cui ogni volta noi, gli adulti che dovrebbero permettere loro di entrare più agevolmente in questo mondo sconosciuto, alziamo l'asticella.
A novembre della terza elementare arrivò nella nostra classe una ragazzina pakistana: aveva un anno in più dei compagni, ma con i colleghi decidemmo di inserirla da noi.
Dopo qualche mese, un giorno le dissi: "Sai, siamo veramente orgogliose di quanto sei brava!" e lei mi rispose, con tono chiaramente risentito: "Ma io, in Pakistan, ero prima di mia classe!".
Mi sono vergognata della mia frase: che lei fosse così brava mi pareva un'eccezione, mentre forse potrebbe essere la regola.