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sabato 21 dicembre 2019

Natale è un bambino




Ho osservato a lungo, nei giorni scorsi, i volti di questi neonati: ho guardato le bocche tonde, nascoste dal ciuccio o sorridenti, gli occhi chiusi o spalancati sul mondo, i nasi quasi sempre invisibili (ma quanto è difficile disegnare un naso?), la pelle rosata o marrone, chiara o scura, i capelli di un colore spesso diverso da ora. Ho fatto caso a chi proprio non riusciva a capacitarsi del fatto che, una volta disegnato sul davanti il volto, dietro poi dovessero esserci solo capelli, e la pelle.


Ho osservato le fasce che si rincorrevano, davanti e dietro, la cura nel colorarle e decorarle, le parole che vi apparivano (i nomi di tutti i compagni o solo di alcuni, i giochi preferiti, l’espressione STO BENE). 



Ho letto, e talvolta corretto, le frasi scelte per accompagnare alcuni passaggi dei libri letti nelle ultime settimane. Ho sorriso, pensando a quanto ogni frase parlasse la lingua intima di ciascun bambino e ciascuna bambina che l’aveva scritta.


Li ho osservati destreggiarsi nello scrivere su pagine completamente bianche, nel trovare lo spazio, nel decidere come usarlo, per poi scegliere se continuare a scrivere o completare con i disegni.


Ho notato come alcuni abbiano finito in fretta, e altri paressero non terminare mai. Come alcuni avessero fretta di chiudere il proprio sacchettino trasparente, e altri abbiano lavorato fino allo scadere del tempo.


Ho assegnato come compito per le vacanze la lettura con mamma e/o papà di tutto il libretto.


Li abbiamo accompagnati sotto la pioggia battente di un pomeriggio buio, ciascuno con lo zaino in spalla, il cuscino da lavare e il proprio regalo in mano. E ci siamo salutati sfiniti dall’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie.


Così, ancora una volta, ho pensato: non chiamateli lavoretti.

venerdì 13 settembre 2019

La cosa più importante


Non è stata facile, la scelta del libro con cui (ri)cominciare il nostro cammino insieme. 
Nelle settimane precedenti il primo giorno di scuola, ho ripreso in mano molti albi conosciuti; altri li ho scoperti per contaminazione.  Ho fatto una prima scelta, da sola, e poi una seconda, con le colleghe.

Un libro ha suscitato l’approvazione di tutte: un albo che, forse, da sola non avrei scelto, ma la cui lettura attenta ha provocato tutta una serie di riflessioni a catena e contaminazioni ulteriori, che di giorno in giorno me ne hanno confermato la bontà.



Antonella Abbatiello, La cosa più importante, Giunti


Su tutto, la reazione unanime dell’intero gruppo (41 tra bambine e bambini, di cui tre nuovi iscritti, uniti nell’ascolto): risate, anticipazioni e riflessioni attente e subito personali.

Come incomincia:


Un giorno nel bosco di Pratorosso ci fu un’accesa discussione fra gli animali.
Il coniglio diceva: “La cosa più importante è avere ORECCHIE LUNGHE.
Chi ha orecchie lunghe si accorge subito di ogni piccolo rumore sospetto, del tuono, del pericolo, e può scappare in tempo.”
“Forse è così” pensarono gli altri.

Perché, alla domanda “Ma cos’è, secondo voi, la cosa più importante?”, queste sono state le risposte:

Essere diversi

Essere quelli che sono

Essere bravi a imitare gli animali

Essere se stessi

Essere bravi a scuola

Imparare

Curarsi

Non avere tutte le cose uguali

Ascoltare sempre quelli più grandi di noi

Giocare

Accogliere bene gli amici

Essere sinceri

Essere sempre quelli che siamo

Essere amici

Volersi bene anche se diversi

Chiedere scusa

Ascoltare sempre le maestre

Fare amicizia

Non dire le bugie

Non fare arrabbiare le maestre

Essere bravi

Non toccare i fiori con le spine

Giocare con gli amici

Volersi bene e giocare

Tenersi in forma

Non litigare e non farsi male

Chiedere come ti chiami

Essere a scuola e essere bravi

I colori del mondo


Così, utilizzando ancora una volta come modello la sagoma disegnata da Simona Mulazzani per Un posto silenzioso, di Luigi Ballerini, Lapis, ogni bambina e ogni bambino ha potuto disegnare se stesso e le cose per lei, per lui più importanti.

Così diversi, così uguali. Tante bambine, tanti bambini, una sola classe: anzi, due.












giovedì 16 maggio 2019

Di come le storie diventano nostre



 

“Io copio la mia famiglia, come quando la mia sorella era in pancia”, così mi dice R., dopo aver scelto il suo piccolo ritaglio, che ora tiene felicemente in mano, da ricopiare.



È così – penso - che le storie degli altri (pensate, scritte, illustrate, raccontate, vissute dagli altri), diventano la nostra storia. In questo modo ci sfiorano, ci toccano, si intersecano con le nostre, entrano dentro di noi.



Il generale orco. Qualcuno lo chiama così, il generale Alcazar, protagonista, ahimè disarcionato, del magnifico Di qui non si passa!, di Isabel Minhós Martins e Bernardo P. Carvalho, Topipittori . “Perché ha il naso lungo”


“Ma perché ha i denti azzurri?”
“Tutti i personaggi hanno dei denti colorati”
“Forse si sono messi dello smalto”
“Ma è impossibile…quanto mastichi e è ancora fresco, viene via!”

Dialoghi spesso surreali, quelli tra i bambini. Peccato che dimentichiamo di ascoltarli.
E invece io mi sento spesso una privilegiata, qui, in questo angolino di classe, da cui li osservo, li ascolto, scrivo, cercando di intervenire il meno possibile.

È un libro sulla libertà, questo. Ed è il mio obiettivo più grande, crescerli liberi.
Passa anche attraverso la risposta alla loro domanda: “Posso? Possiamo?”
Rispondo sempre: “Potete fare tutto quello che volete, è il vostro lavoro. Basta che lo facciate con cura”.
Intanto, senza nemmeno accorgersene, leggono: leggono i nomi dei personaggi, ne osservano le posture diverse nelle risguardie in apertura e in chiusura, si interrogano sull’opportunità di usare i pennarelli a punta fine o a punta grossa; di fare, prima, il disegno a matita; di disegnare col pennarello nero e poi colorare, o di lasciare il proprio lavoro in bianco e nero.







Decidono, scelgono, si confrontano.

“Come si chiama il cavallo?”
“Nitrito Tonante”
“Tonante vuol dire forte…”
“…come il tono!”

E intanto crescono.


Da Fate a pezzi i risguardi,  A scuola con gli albi:

[…] troviamo una guardia incaricata di proteggere lo spazio bianco della pagina destra.

Via via, nella pagina di sinistra, giungono e si affollano nuovi personaggi, tutti impegnati in diverse attività, e tutti allo stesso modo stupiti da quella che è un’incomprensibile limitazione della libertà propria e di tutti. Finché, dopo ben 7 pagine in cui la pagina destra rimane immacolata, si arriva al punto di rottura, di non ritorno: una semplice, piccola palla rossa, sfuggita al controllo di piede di due ragazzini, Simone e Cristiano. Nulla di voluto, certo: ce lo dice quell’UPS! che sfugge a uno dei due, o forse a entrambi. La palla fa cinque rimbalzi, fino a rimanere, ferma e immobile, al centro della parte inferiore della pagina destra.

La palla non rimarrà sola per molto: i due ragazzini, naturalmente dopo aver chiesto il permesso alla guardia, si precipitano a recuperarla.

La diga ormai si è rotta, e la guardia, prima custode della pagina bianca, viene trasportata in un tripudio di braccia dalla folla festante. A nulla varranno le proteste del generale, che, sconfitto, esclama: «Che gente infantile!! E guarda in che stato hanno lasciato queste pagine. Impressionante... Me ne vado da questa storia, ho deciso. Dopotutto, chi vuole essere l'eroe di una storia per bambini?»

Se è vera la frase attribuita a Picasso: «A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino», credo di poter affermare che la forza dell’illustrazione di Carvalho in quest’albo sia proprio l’aver disegnato come un bambino, instaurando in questo modo una comunicazione immediata ed empatica con i lettori.

I miei alunni sono abituati a riprodurre graficamente molti dei libri che leggiamo in classe, e mi chiedono spesso di poter far passare tra i banchi ogni albo per poterne copiare le illustrazioni originali. Mi pare questo un modo davvero semplice e stimolante per abituarli a tecniche e stili diversi, permettendo loro di trovare il proprio.

Così, per favorire questa attività, ho pensato di fotocopiare a colori su cartoncino bianco le risguardie, per poi portarle in classe e metterle a disposizione dei ragazzi. Nelle risguardie l’illustratore ha riportato tutti i personaggi della storia, un po’ come avviene nei testi teatrali, in cui, all’inizio della pièce, si trovano presentati i personaggi.

Riflettendo insieme ai bambini, abbiamo poi deciso di ritagliare i diversi personaggi, mettendoli a disposizione di tutti, in modo che ognuno potesse via via scegliere il preferito.

A questo punto, a tutti è stato possibile ricopiare in tranquillità i personaggi preferiti, per ricomporre fedelmente le illustrazioni del libro o crearne di nuove.


domenica 12 maggio 2019

La fatica di tenere insieme tutte le cose



Credo che una delle più grandi fatiche degli uomini e delle donne del nostro presente sia tenere insieme tutte le cose; dare un senso alle innumerevoli azioni che compiamo durante il giorno, e che sia un senso frutto di un pensiero, di una volontà, di un’idea di vita.

Non riesco a fare a meno di pensarlo proprio, e ancor di più, in questi giorni, in cui è appena iniziato l’ultimo mese vero di scuola - che il tempo senza i bambini e le bambine è sì un tempo scuola, ma in modo altro; in questi giorni in cui è quasi necessario festeggiare la mamma.

Non m’importa, qui, ragionare sulla vera, reale, effettiva necessità che lo faccia la scuola. Non m’importa farlo qui, e ora, intanto e in primo luogo perché le mie bambine e i miei bambini hanno, tutti, una mamma, qui e ora – e non sempre, non per tutti è così. Ma, soprattutto, perché quest’anno ho le più piccole e i più piccoli della scuola primaria, bambine e bambini che hanno da poco imparato a leggere e soprattutto a scrivere: e così mi sembra bello, e significativo, che in questo giorno sia proprio la loro scrittura a lasciare un segno.

La fatica di tenere insieme tutte le cose riguarda ognuno di noi, e mi pare riguardi in particolar modo gli insegnanti: perché a noi è affidata l’infanzia, in tutte le sue molteplici sfaccettature, e perché per noi è ancora più essenziale dare senso a ciò che facciamo attraverso il pensiero, la volontà, l’idea di vita che passa nella nostra professione.






Proprio per questo, come regalo per le mamme abbiamo provato a tenere insieme la C di cuore e la Q di quadro, appena imparate, attraverso la lettura di Nel mio piccolo grande cuore, di Jo Witek e Christine Roussey, Gallucci, e la produzione scritta, individuale e/o collettiva, con le frasi di ciascuno scritte alla Lim e la possibilità, per tutti, di ricopiare le preferite; e, ancora, il lavoro di religione, in cui bambine e bambini hanno osservato la maternità nell’arte, e presentato ai compagni e alle insegnanti la propria immagine di figli, ovvero una fotografia tra le braccia della mamma. E per finire la rielaborazione grafica, con la possibilità di ricopiare la propria immagine fotografica o di prendere spunto dall’ambientazione di quelle dei compagni. 







sabato 9 febbraio 2019

In una famiglia di topi, ovvero Facciamo ancora a pezzi le risguardie



Nei cinque anni che separano da un ciclo all’altro, molte cose accadono: cambiano gli insegnanti, cambiano i bambini, cambia - e purtroppo non sempre in meglio - lo sguardo degli adulti sulla scuola.
Anche i libri cambiano, certo; non sono in grado di dire quanti libri per l’infanzia vengano pubblicati in Italia ogni anno. Ne conosco alcuni, li acquisto, li tengo da parte, li cullo in attesa di poterli utilizzare.



Nel 2013, al tempo delle mie prime precedenti, In una famiglia di topi, scritto da Giovanna Zoboli e illustrato da Simona Mulazzani per Topipittori, non era ancora uscito. Lo usai quindi nell’anno scolastico 2015/2016, in terza, per una divertente attività di produzione scritta e per una artistica, che avremmo chiamato Fate a pezzi le risguardie e che funzionò così bene da dare il nome a un capitolo del saggio che sarebbe uscito due anni dopo.
Oggi, a distanza di quasi tre anni, ho riproposto la stessa attività alle bambine e ai bambini in prima: ho fotocopiato le risguardie dell’albo e ne ho ritagliato i soggetti, che sono stati scelti per un’attività di espansione con il pennarello al tratto.
Mi pare ne siano scaturite delle rappresentazioni grafiche coerenti e originali, in cui i soggetti modello sono stati davvero utilizzati per costruire delle nuove, piccolissime storie.














Topi col muso in su che guardano le stelle (e cos’altro?), topi che fanno un sacco di cose, topi che costruiscono un pupazzo di neve (a cui, naturalmente, manca la testa, perché altrimenti dov’è l’atto del costruire?). Topi che si perdono in una foresta magica, topi che svuotano d’un fiato le tazze della colazione. Topi umanissimi, proprio come noi.




martedì 9 ottobre 2018

C'è un Elmer per ogni bambino

Presento la E, ancora una volta, anche con Elmer.

E, ancora una volta, mi stupisco di fronte alla varietà degli stili grafici e delle scelte delle bambine e dei bambini che scelgono quale e quanto spazio utilizzare (o che sia altro a scegliere per loro?), come e cosa disegnare, e come colorare, se aggiungere o no del testo…

Mi verrebbe da dire che c’è un Elmer per ognuno, ognuna di loro.

C’è un Elmer che riempie tutta la pagina, tanto da sconfinare ben oltre i margini

uno perfettamente colorato e ben ancorato a terra, nonostante la zampa mancante

un terzo che pare preferire la dimensione aerea

un altro che non può fare a meno della pozzanghera a cui abbeverarsi, 



e uno che sa già usare la parola scritta…

Avrei potuto aggiungerne almeno altri trenta; questo è l’originale


Come incomincia:

C’era una volta un branco di elefanti.
Elefanti giovani, vecchi, alti, grassi o magri.
Elefanti come questo, quello o quell’altro,
tutti differenti e felici e dello stesso colore.
Tutti all’infuori di Elmer.

Elmer era diverso.
Elmer era multicolore.
Elmer era giallo, arancione,
rosso, rosa, viola, blu,
verde, bianco e nero.
Elmer non era
color elefante.

McKEE D., Elmer l’elefante variopinto, Mondadori

giovedì 4 ottobre 2018

E, nell'erba, con l'erba

Quando mi fermo a rifletterci, mi dico sempre che internet, e i social, non hanno cambiato tanto il (mio) modo di fare scuola – certo, ci sono colleghi che invece con le nuove tecnologie lavorano benissimo – quanto, piuttosto, la possibilità di condividere attività, riflessioni, dubbi, stili: perché è senza dubbio questo che fa la differenza, nel mio approccio alla didattica degli ultimi anni.
Così, un’attività tutto sommato semplice e davvero fattibile da chiunque, a cui però, negli anni non avevo mai pensato, si è dimostrata estremamente efficace e significativa per tutti, grazie alla corrispondenza privata e pubblica dei mesi scorsi con Alice Mingardi.

Ci siamo incontrate per la prima volta all’incontro organizzato da Alessandra Falconi per il Centro Studi Alberto Manzi a novembre, a Bologna. Di nuovo, e con gioia, ci siamo casualmente incrociate, sempre a Bologna, in Fiera a marzo.

Qualche mese fa, Alice mi ha inviato alcune immagini di un’attività realizzata con i suoi alunni in prima, anche a seguito della lettura di un volume di Lucia Maria Collerone, Le parole ai bambini, Il Melograno editore.







Quelle fotografie, e quel che Alice mi scriveva, mi hanno profondamente colpito: si poteva fare, e, soprattutto, si poteva fare utilizzando davvero i cinque sensi, il corpo, il movimento, l’esperienza, oltre alla lettura e agli amati albi.

Così, a inizio scuola, dopo aver incontrato diversi personaggi, e diversi libri, che ci hanno accompagnato nella scoperta della vocale A, abbiamo scelto insieme la tecnica dell’acquerello e i colori azzurro e arancione per colorarla, e identificarla.

Ieri, quando si è trattato di trovare qualcosa per riempire la nostra E, la risposta è stata ancor più facile, e immediata: l’erba del giardino. Così, con l’aiuto di tre validissime assistenti più grandi, siamo usciti e ognuno ha potuto cogliere e incollare l’erba necessaria a realizzare la nostra seconda vocale.


















Del tempo buono, pieno, a misura di bambina e bambino; del tempo occupato a imparare anche fuori dal banco e dall’aula.

Si può fare, ed è più facile di quanto sembri.