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martedì 3 ottobre 2017

Il maestro, ovvero Si chiama pensare

“[...] e poi ho scoperto che quel prete lì era fissato con le lettere e con le parole. C'aveva un modo di fregarti quel prete lì! Invece che dirti lui le cose a te. te le faceva dire te a lui.
E così dicevi delle cose che non sapevi di sapere.

Si chiama pensare."


SILEI F. – MASSI S., Il maestro, orecchio acerbo
















Proprio così. Tirar fuori da te stesso cose che, a volte, addirittura non sapevi di sapere: si chiama pensare. E proprio in questa didattica maieutica credo possa svilupparsi il più grande obiettivo, la più significativa competenza che un adulto possa mettere un bambino in condizioni di realizzare.

Pensare. E non importa se in questo modo si corre il rischio che il pensiero bambino sia diverso dal nostro. Credo anzi sia un valore aggiunto.
La capacità di elaborare un pensiero, anche divergente, di argomentarlo e sostenerlo in un confronto tra pari o con i più grandi, di rivedere le proprie posizioni e di modificarle dopo una discussione è sicuramente una competenza alta; e questo processo concorre in modo incontrovertibile allo sviluppo di quel pensiero critico che metterà i nostri studenti in condizioni di essere davvero consapevoli e responsabili di se stessi, delle proprie azioni, delle proprie scelte, dei propri errori.

È anche così che si cresce.



“Dopo la lettura sono rimasto un attimo a pensare a tutto ciò che diceva il libro ad esempio l’importanza di saper leggere e scrivere è altissima perché come dice nella storia le persone che sanno possono approfittarsi di quelle che non sanno.”







“La lettura di questo libro mi ha fatto pensare che Don Milani nonostante fosse ricco voleva aiutare i più poveri perché di solito la gente molto ricca se ne frega dei più poveri più le persone ricche hanno tante cose più ne vogliono avere, invece Don Milani non era così.”







“[…] anche se la scuola è noiosa è utile per non essere imbrogliati, presi di mira, presi in giro.”






“La lettura di questo libro mi ha fatto pensare che le persone con pochi soldi, che non possono mandare i figli a scuola per fargli imparare a leggere e scrivere, hanno bisogno di una persona che si offre per insegnare gratis ai bambini delle famiglie povere.”





“[…] In questo libro mi ha colpito che un prete che veniva da una famiglia ricca ha dato la sua vita per insegnare ai figli dei più poveri.”















martedì 28 marzo 2017

La scuola, soprattutto, per chi non ha altra scuola



È alla terza ripetizione di meravigliosa, accostata alle parole scuola elementare, e insegnanti, da parte della scrittrice (ed ex insegnante) Paola Mastrocola, durante l’intervista telefonica di Farheneit-Rai3, che mi infastidisco. Ed è un fastidio che mi obbliga a scrivere.

La scuola elementare, i suoi insegnanti, non sono meravigliosi: sono veri.

Siamo insegnanti, certamente non meravigliosi, che lavorano in un ordine di scuola, altrettanto non meravigliosa, in cui si cerca di porre le basi per gli apprendimenti futuri, e, checché ne dica la Mastrocola, per la vita. (Errore. Me ne accorgo ancora prima di terminare la frase. Le basi si cominciano a porre fin dalla scuola dell’infanzia). 

Ai miei ragazzi dico sempre che siamo nati per le cose difficili, altrimenti l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra. E su questo sono d’accordo con la Mastrocola. E lo è anche Franco Lorenzoni:

“Educare allo sforzo oggi è decisivo, ma bisogna capire in che direzione facciamo questo sforzo."

C’è qualcosa, però, che la Mastrocola, ex, e sottolineo ex, professoressa di liceo, pare non sapere: la scuola elementare è scuola dell’obbligo.
È scuola non scelta secondo le proprie attitudini, o inclinazioni, o aspettative.
È scuola per tutti, e di tutti. È scuola, soprattutto, per chi non ha altra scuola; per chi trova dentro la scuola l’unica, o la maggiore, possibilità di conoscenza, di apprendimento, di cultura.

E allora, l’asticella della difficoltà dev’essere ogni volta, e per ogni bambino, per ogni ragazzo, calibrata: non esiste una misura sola. Forse ne esistono tante quanti sono i bambini, i ragazzi che abbiamo di fronte.
 
“Noi dobbiamo lavorare molto nella costruzione dell’immaginario dei ragazzi. La grammatica, benissimo. Noi dobbiamo imparare la grammatica, dobbiamo imparare l’ortografia, ma dobbiamo farlo dentro un contesto di senso, perché le parole hanno senso. […] è bello che il bambino sappia che quando scrive c’è un senso in quello che sta scrivendo: sta scrivendo a qualcuno, sta scrivendo per qualche cosa.”
 […] Il lavoro, per tutti noi, è quello di dire: la scuola è un luogo culturale, decisivo per la società?
[…] Il cuore di tutto sta nella formazione degli insegnanti. Noi dobbiamo avere degli insegnanti colti, motivati, in luoghi curati, perché l’immagine che la scuola dà…Se si chiudono le biblioteche, se si chiudono i teatri, poi ci lamentiamo perché la scuola
Una scuola è seria se sa ascoltare i ragazzi
Il ragazzo entra in relazione con la letteratura se la sente sua. […] si appassiona perché sente che quelle parole parlano proprio di lui, di quello che sente.
Allora non è che i ragazzi non hanno emozioni. Hanno delle emozioni profondissime. Non hanno le parole per esprimerle. Allora sta a noi trovare, costruire quel ponte tibetano, che è veramente un ponte tibetano sull’abisso, tra la cultura, la grande cultura, e i ragazzi, i bambini, i giovani di oggi. Questo è uno sforzo enorme, che richiede tanta, tanta cultura, tanta ricerca. E anche investimenti per fare questo.