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domenica 29 novembre 2020

Dal ramo al mare...



Ci sono due pagine, dentro questo albo, che ho sentito particolarmente mie.

La prima dice:

Il sole mi insegna che essere luminosi

porta calore agli altri.

Io splendo e sorrido

quando le cose sembrano offuscarsi. 



 

E la seconda:

La terra mi insegna a dare sostegno a chi è attorno a me.

Mi prendo cura dei semi più piccoli, finché le radici

saranno forti e le foglie raggiungeranno il cielo.

Ci sono molte buone cose che possono nascere da me. 



Penso siano due pagine che possano ben raccontare, a noi stessi e al mondo, cosa significhi vivere, e soprattutto farlo accanto a bambini e bambine.

Ci penso da settimane; da quando ho letto, in uno dei testi scritti da bambine e bambini dopo la lettura di La mia scuola ha un nome da maschio, di Susanna Mattiangeli e Augustin Comotto, Lapis, una frase che mi ha molto colpito: Anche in giardino si imparano nuove cose, tipo che le piante hanno bisogno di acqua e sole, che quando scaviamo si trovano vetri e sassi piccoli, medi e giganti.

Ho pensato che è vero: quanto di ciò che impariamo è frutto dell’esperienza che avviene fuori dalla scuola, nel mondo? E quanto può insegnarci la natura, anche su noi stessi?

Così, scoprire e leggere Dal ramo al mare, di Shelley Moore Thomas e Christopher Silas Neal, EDT Giralangolo, è stata una folgorazione.

Così ho letto alle bambine e ai bambini l’albo, e poi ho dato loro il testo, perché potessero scegliere quali versi copiare, e potessero, soprattutto, continuare a scrivere in autonomia: perché davvero “Ci sono molte buone cose che possono nascere da me”: e nessuno – bambine, bambini, ma soprattutto i loro maestri e le loro maestre – deve scordarselo. 

Hanno scritto a lungo, e poi hanno letto ad alta voce quel che desideravano condividere con le compagne e i compagni. E, ancora una volta, ho pensato che la scrittura, per molti, è un dono.

Mi piacerebbe davvero che fosse così, per tutti, ancora a lungo.


I rami mi insegnano che è sempre meglio farsi avanti

non tirarsi mai indietro

anche quando “te borlet giò e te pichet al nas”.

 

Il vento mi insegna a rilassarmi

e con le mani lo catturo.

 

L’universo mi insegna

a essere grande come lui.

Nettuno mi insegna

a fluttuare nello spazio senza paura.

 

La solitudine ti insegna che gli amici

sono più importanti di quello che sembra.

 

I libri ti insegnano

che si può sempre ricominciare da capo.

 

Gli alberi mi insegnano a stare a testa alta.

 

Lo spazio mi insegna il vuoto

e che tutto è possibile se ci credi.

 

Le formiche mi insegnano che

anche se sono piccola

sono più forte di quanto sembra.

 

I lupi mi insegnano

a essere sveglia e di vedetta

per proteggere il mio branco.

 

Le stelle mi insegnano a disegnare,

basta unirle con un dito,

formano un quadro.

 

Mercurio ci insegna che

anche se si è molto piccoli

si può essere molto più veloci degli altri.

 

La parola poi ci insegna

che sempre dopo qualcosa

c’è qualcos’altro.

 

La moda mi insegna

a non mettermi a righe e a pois,

che nella moda vuol dire mettersi in imbarazzo.

 

Le righe mi insegnano la geometria.

 

I fiori mi fanno ricordare che ogni giorno

mi devo mettere sempre il deodorante sotto le ascelle.

 

I fiori mi insegnano a crescere.

 

Le case mi insegnano a essere forte.

 

Il fiore mi insegna che non ha importanza

se sei brutta o se sei bella.

 

Gli alberi mi insegnano a tenermi fermo,

immobile, alto o basso.

 

L’acqua mi insegna che basta essere calmo

quando vorrei esplodere di rabbia.

 

I semi mi fanno imparare

che si può crescere.

 

Una casa mi fa imparare

a costruire ricordi.

 

La scuola mi insegna

quello che non sapevo.

 

Il mondo mi insegna che nessuno è perfetto

neanche il mondo è perfetto.

 

lunedì 16 novembre 2020

La mia scuola vera

“La mia scuola è sempre stata lì ferma a guardarci, sempre come adesso, ci guarda come giochiamo insieme e anche noi la guardiamo felici.”

“La mia scuola ha un odore magnifico di terra bagnata. La mia scuola ha un odore buonissimo di amicizia come il mio amico che mi fa tanto ridere.”

“Si possono studiare le cose più grandi del passato e le cose più piccole. La mia scuola non puzza mai, anche se c’è il coronavirus. Per quanto è bella, il tempo passa velocissimo. A volte ti sembra che certe ore durino tantissimo, invece a volte durano pochissimo.”

“Alcune volte quando usciamo sembriamo dei leoni in gabbia oppure scimmie; alcuni sono dei bradipi a fare merenda, però li fanno uscire lo stesso, e quando usciamo in giardino qualcuno “borla giò”.




 A scrivere s’impara scrivendo… e, aggiungo, soprattutto leggendo.

La lettura dell’albo di Susanna Mattiangeli e Agustin Comotto, La mia scuola ha un nome da maschio, Lapis, ci è servita da ispirazione per raccontare la nostra scuola in modo affettuoso, divertente, personale.




Certo, una produzione scritta di questo tipo (senza una traccia, né le domande guida o un’indicazione precisa e puntuale da parte dell’insegnante) può correre il rischio di risultare disorganica: e però, pensavo, le bambine e i bambini sono a inizio terza (con un intero quadrimestre della seconda perso in presenza), e in questo momento mi pare prioritario, e necessario, privilegiare l’espressione originale, non stereotipata dei loro pensieri rispetto ad un’adesione formale a un modello dato, soprattutto se l’argomento è la scuola. Quella scuola tanto viva, concreta e presente, che tutti, a partire dai più piccoli, stiamo cercando di preservare, a costo di mille fatiche e sacrifici.

Così, ognuno ha scritto le proprie osservazioni e riflessioni, che spaziano dalle descrizioni del giardino a quelle dello spazio interno, dagli odori della scuola (amicizia e terra bagnata) alle maestre che urlano come pazze quando in giardino si accendono i litigi, dai tentativi di chiacchiere e giochi, subito sedati dall’insegnante che ti becca, alla definizione di scuola accogliente, che però lo è un po’ meno se ti dimentichi il materiale…

Insomma, uno spaccato vivo, realistico e non edulcorato della nostra vita quotidiana, che ho cercato di restituire alle bambine e ai bambini di ciascuna classe in un testo collettivo che raccogliesse almeno un pensiero, una frase di ciascuno. Perché le loro voci si sentissero tutte, forti e chiare, e potessero concorrere a raccontare quella scuola di cui tanto abbiamo bisogno.

 

La mia scuola

La mia scuola è forte, bella e felice, è un luogo dove si può imparare, ascoltare ed essere felici, come quando accade qualcosa di grande. È grigia e arancione, ma io vorrei che fosse verde come il muschio.

Quando la maestra arriva in classe, la mia scuola è silenziosa, invece a volte è rumorosa. È un po’ fracassona perché gridiamo e a volte interveniamo inutilmente. È anche bella; di mattina sembra un castello bellissimo.

Quando entriamo facciamo le gare, e chi arriva per primo urla: “Evviva!”, a volte qualcuno cade e si sbuccia le mani. Di mattina entriamo tutti insieme, certi felici, tristi, insicuri o innamorati, ma la nostra scuola ci rende sempre felici. Certi arrivano dopo, quando la scuola ha già suonato la sua amica campanella, allora si beccano una sgridata dalla maestra, intanto che noi sistemiamo lo zaino. Poi iniziamo la lezione: mentre la maestra parla, noi cerchiamo di chiacchierare, ma ci becca sempre. “Qualcuno ha dimenticato il materiale?” dice la maestra. E qualcuno lo dimentica sempre. La mia scuola a volte è accogliente, ma quando ti accorgi di aver dimenticato qualcosa non lo è.

Quando sono in classe faccio tante cose belle. Facciamo tante materie: matematica, scienze, geografia, religione, musica, italiano, arte e storia. Si possono studiare le cose più grandi del passato e le cose più piccole. La mia scuola non puzza mai, anche se c’è il coronavirus. Per quanto è bella, il tempo passa velocissimo. A volte ti sembra che certe ore durino tantissimo, invece a volte durano pochissimo.

La mia scuola dentro è molto grande e ha due piani; in ognuno ci sono cinque aule. Da fuori si sentono i lavori e il trapano che fa tututututututu.

Nella mia classe siamo in 22, 11 maschi e 11 femmine. Ci sono alcuni innamorati: io lo so, ma non lo dico.

Abbiamo cinque maestre e due maestri. Ci sono maestre e maestri gentili e bravi a insegnare tutte le materie, e compagni e compagne gentili e socievoli, e per questo io la amo con tutto il cuore. Quando la maestra spiega, io porto una penna e con il righello ci faccio una pistola e ci gioco.

Nelle aule ci sono due computer, una lim, tre mobili chiusi e tre con i ripiani aperti, l’orologio, il calendario, il cestino e il cestino per la carta, la mappa del mondo ma non tutto, 24 banchi, 25 sedie di cui una della maestra e la cattedra.

La mia scuola ha un giardino bellissimo e grandissimo, in inverno c’è la brina dappertutto, in autunno ci sono tantissime foglie, in primavera ci sono un sacco di margherite bianche con sfumature viola.

All’intervallo scendiamo dalle scale e quando la maestra ci dice: “Potete andare” noi corriamo veloci e andiamo a giocare. Alcune volte quando usciamo sembriamo dei leoni in gabbia oppure scimmie; alcuni sono dei bradipi a fare merenda, però li fanno uscire lo stesso, e quando usciamo in giardino qualcuno “borla giò”. Fuori ci scateniamo e chiediamo alle maestre se vengono a vedere quello che abbiamo fatto. Ogni volta dicono: “Che bello!” e fanno una foto per conservarlo, così non si dimenticheranno mai di noi.

All’intervallo se senti un’esplosione siamo noi. A volte giochiamo a quello, alcune volte a quell’altro e alcune volte giochiamo a cose senza senso, ma solo perché siamo pieni di fantasia. Noi prendiamo i sassi mentre la B ce li ruba e noi, quando vanno via, li riprendiamo e li nascondiamo.

La mia scuola ha un giardino così grande che potrebbero starci tantissimi elefanti. Possiamo costruire palcoscenici, hotel per insetti, decorazioni per i pini e buche dove tutti inciampano. Alcuni bambini giocano con i sassi come se fossero meteoriti e uova di dinosauri.

Dopo l’intervallo cambiamo maestra: alcune si arrabbiano e altre sono tranquille, ma siamo tutti amici e alcuni gemelli.

Ogni tanto alcuni fanno gli scherzi, ma se devo essere sincera ogni tanto mi fanno ridere. C’è la mensa dove andiamo a mangiare e ogni tanto le maestre ci sgridano perché chiacchieriamo con la voce troppo forte. Quando andiamo a casa, i bidelli trovano sciarpe, giacche e felpe.

Il venerdì facciamo il prestito dei libri, cioè scegliamo un libro e lo portiamo a casa da leggere, ma se non lo riportiamo entro il venerdì successivo non possiamo prenderne un altro.

C’è una cosa che rende speciale la nostra scuola: noi!

Classe 3^A

 

La mia scuola

La mia scuola è a Carimate ed è bellissima. È bella e calda e ogni giorno mi devo alzare alle 7:00 per andarci. È normale come tutte, è bella, con tante classi, alta e cicciotta; ha un giardino enorme, ha gli alunni. Quindi non le manca niente.

La mia scuola ha un odore magnifico di terra bagnata. La mia scuola ha un odore buonissimo di amicizia come il mio amico che mi fa tanto ridere.

Ha un enorme giardino con un campo da basket, una fontanella e molti alberi. Ha due piani, o forse tre se ha la soffitta. La nostra scuola è molto grande perché ci sono tante classi e poi abbiamo una palestra enorme, perché se corriamo ci serve tanto spazio, altrimenti ci scontriamo.

La mia scuola inizia alle 8.15 e finisce alle 16.30 se abbiamo il rientro, altrimenti inizia sempre alle 8.15 e finisce alle 12.45. La scuola a giornata corta dura 4 ore e 30 minuti, mentre la giornata lunga dura 8 ore e 15 minuti. Ogni giorno qualcuno dimentica qualcosa e così inizia la polemica del mattino.

Noi in tutto siamo 19. I maschi sono 12, mentre le femmine sono in 7. Povere femmine che sono in poche. Ricchi i maschi che sono in tanti!

A scuola si studiano molte cose, come i dinosauri, italiano, matematica e scienze. La scienza è molto importante perché si studiano gli oggetti solidi, liquidi e i gas. In italiano si scrive tanto: a me piace scrivere tantissimo e si impara anche il corsivo. La cosa più importante di quest’anno è l’amicizia e gli amici. La mia scuola è divertente, scherziamo perché siamo tutti amici: alcuni vengono da un altro paese, altri sono italiani.

Si possono fare tante cose: si può giocare fuori e alcune volte devi fare lezione, ma se c’è giornata lunga hai due intervalli e quando facciamo lezione impariamo nuove cose che non avevamo mai sentito. Ci divertiamo tutti insieme e impariamo nuove cose in classe. Anche in giardino si imparano nuove cose, tipo che le piante hanno bisogno di acqua e sole, che quando scaviamo si trovano vetri e sassi piccoli, medi e giganti. Quando usciamo in giardino iniziamo a scavare e a fare le mura, troviamo i sassi, alcune volte facciamo le guerre ma poi facciamo pace. Oggi all’intervallo come ogni giorno giocheremo alle basi segrete, che segrete non sono.

Quando usciamo a volte andiamo a guardare tra le tane che tutti hanno fatto con il lavoro di squadra e giustamente il giorno dopo la miglioriamo, prendendo più sassi e bastoni, con cui scaviamo, mentre con i sassi piantiamo i bastoni.

Abbiamo un giardino enorme e anche se non possiamo giocare con la palla possiamo inventare nuovi giochi come fare le basi segrete, scavare, raccogliere sassolini e anche sassi grandissimi. Quando c’è la ricreazione sembra che tutti dopo vadano in guerra: mangiamo come dei predatori selvaggi.

La cosa bella è che in giardino tutti i bambini hanno una base ciascuno e alcune volte facciamo la guerra perché ci rubiamo i sassi, i bastoni che ci servono per scavare e la corteccia che invece ci serve per fare i lavoretti. Io non voglio mai andare via, ma poi tutti entriamo.

La mia scuola è bella perché ci fa vivere tante emozioni, trovare nuove amicizie e fare giochi nuovi come: acchiapparella, nascondino, fare un mucchio di foglie e saltarci dentro. Ci sono bambine e bambini che in mensa chiacchierano fra loro, si siedono vicini e in giardino si scatenano. In mensa si mangiano cose buone, non tanto buone e alcune volte il cibo non mi piace proprio. Nel dopo mensa ci divertiamo molto, tranne quando le maestre urlano come delle pazze e ci dicono: “Bambini, non rubatevi i sassi e i bastoni altrimenti risaliamo in classe!”.

Il venerdì facciamo il prestito così possiamo scoprire nuovi libri e li leggiamo ad alta voce alla mamma e al papà. È un peccato che mio fratello è a casa, quindi io vado a scuola ma mio fratello no perché fa le video lezioni.

Alla fine dell’anno andiamo in vacanza e forse anche la scuola si riguarda i nostri lavori e si ricorda tutti i momenti passati insieme, poi torniamo a scuola e allora è felice perché torniamo da lei. La mia scuola è sempre stata lì ferma a guardarci, sempre come adesso, ci guarda come giochiamo insieme e anche noi la guardiamo felici.

Classe 3^B

giovedì 12 novembre 2020

La mia scuola ha un nome da maschio

La mia scuola ha un nome da maschio: si chiama Goffredo Qualcosa. io però la chiamo scuola e quindi è femmina. Chissà che cosa fa quando non ci siamo. Chissà se rimane ferma tutto il tempo ad aspettarci. Noi no, noi ci muoviamo sempre e la mattina la troviamo al solito posto. Qualcuno arriva per primo, mentre gli altri entrano tutti insieme di corsa. C’è chi è in ritardo anche oggi e la scuola gli apre lo stesso il portone, ma è l'ultima volta.

I genitori la guardano da fuori, parlano sempre tra loro e vanno via; i maestri invece stanno lì e la vedono da dentro. Noi non ci fermiamo a guardare, mentre i bidelli ci dicono che non si corre per le scale.

La mia scuola è di quelle normali, con un cancello e i disegni appesi. Alcune invece sembrano torte, altri scarponi; ce ne sono fatte di terra, di pietra, di fango o di marmo. Ci sono scuole morbide e comode o dure che pungono. Strette e alte o basse e larghe. La scuola però può essere tutta diversa: a volte è un albero e basta, o una strada, o un muretto.

Susanna Mattiangeli – Agostin Comotto, La mia scuola ha un nome da maschio, Lapis

 

La mia scuola mi piace così tanto che il lunedì sono felice che inizi una nuova settimana. Di questi tempi, tutte le mattine mi sveglio e una delle prime cose che penso è: “Che fortuna, anche oggi possiamo andare a scuola!”.

La mia scuola ha un enorme giardino, in cui ci riversiamo all’intervallo e nel dopo mensa. Da settembre, non possiamo più mischiarci con le altri classi, così lo spazio è diviso a settori, ogni classe ha il proprio, ci gioca e lo colonizza, che vuol dire che ogni foglia, ogni sasso, ogni ago di pino, ogni insetto o lombrico è di proprietà di quella classe, e se per caso uno di un’altra classe fugge con un sasso o una foglia, ci sarà sempre qualcun altro che urla: “Ce l’ha rubato!”.

La maestra

 

Da quest’anno, a scuola, c’è una nuova materia: si chiama educazione civica e, si sa, non è nuova per niente, un po’ perché si faceva già anni e anni fa, ma, soprattutto, perché alcuni insegnanti la fanno tutti i giorni, a lungo, più volte al giorno.

La differenza? Che bisogna quantificarla (33 ore all’anno), giocarsela ai dadi tra docenti di diverse discipline, progettarla e, soprattutto, ahimè, valutarla.

E che differenza ci sarà tra la valutazione del comportamento e quella di educazione civica? Dovremo fare le verifiche, test di comprensione, a risposta multipla e/o aperta? E se uno/a mena il compagno ma conosce tutte le risposte, in educazione civica avrà dieci (o, pardon, eccellente)?

Insomma, i quesiti aperti sono molti, e naturalmente passeranno anni prima che si riesca a dar loro risposte sensate; nel frattempo, un’altra riforma ci arriverà tra capo e collo, tingendo di nuovo quel che, per molti, a tratti odora d’antico: e il profumo non è detto sia sempre gradevole.

In ogni caso, noi educazione civica la incominciamo da qui, dalla lettura di questo libro di Susanna Mattiangeli e Agustin Comotto. Perché, che la scuola sia un diritto, oltre che un dovere, tocca proprio tenerlo a memoria…

 


 

venerdì 20 settembre 2019

Il posto giusto? Può essere anche la scuola


 “Esiste un posto così?” si chiese Scoiattolo.

“Un posto che sia tutti questi posti?”

[…]

Un posto che sia sopra ma anche sotto,

che abbia buchi e gallerie,

che sia un nido, che abbia un dentro,

bisognava proprio sognarlo per inventarlo.



Beatrice Masini – Simona Mulazzani, Il posto giusto, Carthusia





“È la scuola!” ha esclamato un bambino, mentre leggevo.

Ho sorriso, contenta.

Così, dopo aver fatto disegnare il posto speciale di ognuno (la propria casa, la cameretta, ma anche case sull’albero, e piscine, e una spiaggia) ho chiesto:

“Cosa deve avere la scuola, per essere il posto giusto?”



Ancora una volta, li ho fatti scrivere, ciascuno sul proprio foglietto. E poi ognuno ha letto cosa aveva scritto. E mentre finivano di colorare, ho scritto io, al computer, mettendo i pensieri tutti insieme, e dando loro forma. Perché è importante tenere traccia di tutti i pensieri bambini, del loro formarsi – e trasformarsi. È importante per loro, per me, ma lo è, soprattutto, per i genitori: perché è in questo modo che li si aiuta a comprendere quanta parte delle loro bambine e dei loro bambini ci sia, dentro la scuola vera, che non è sempre e soltanto quella raccontata dai quaderni.



Si chiama documentare. E ci credo davvero.



Qualcuno ha scritto: con tantissime finestre e tanta ombra, come un parchetto.

Qualcuno vorrebbe gli scivoli in cortile: e poi gli alberi, certo, e magari anche le giostre, la spiaggia e il mare (a qualcuno piacerebbe addirittura che nella scuola ci fosse la Sicilia).

Molti hanno risposto: con gli animali, una fattoria, e un buco per osservare gli animali sottoterra.

Qualcuno scrive che la scuola deve diventare più grande per più persone: e allora potrebbe servire anche un trampolino per salire saltando.

A scuola ci vuole un posto dove fare ginnastica: fortunatamente, noi abbiamo la palestra, e il giardino.

C’è chi vorrebbe continuare, anche a scuola, a giocare con la Wii e la Nintendo DS, e poter guardare la televisione.

C’è chi lascia spazio alla fantasia e immagina una scuola volante, con navi spaziali, robot e sottomarini.

Naturalmente, ci vogliono giochi, colori, numeri, lavagne e scatole a sorpresa.

E, si sa, perché la scuola sia il posto giusto non possono mancare i compagni e i maestri.



                                                                       Classe 2^ B







Qualcuno ha scritto: un pesce nella boccia, e altri animali (cavalli, panda, koala…).

Qualcuno vorrebbe che a scuola ci fossero addirittura i dinosauri; qualcun altro preferisce i topi, o i ragni.

Qualcuno vorrebbe gli scivoli in cortile: e poi un’altalena, i fiori, e magari anche la spiaggia e il mare. Sarebbe bello avere anche una piscina, o un laghetto dove fare i tuffi, e un giardino ancora più grande del nostro.

Sarebbe bello che ci fosse un tunnel, per poter uscire all’intervallo.

Qualcuno vorrebbe il fieno, i trattori, le macchine agricole, dei campi dove seminare… e anche una tettoia.

A scuola ci vuole la palestra grande, che per fortuna abbiamo già; qualcuno vorrebbe anche un negozio di minerali, le terme, un parco acquatico, un museo degli Egizi…

C’è chi vorrebbe continuare, anche a scuola, a giocare a Minecraft, o in una sala giochi, e poter guardare la televisione. Ci starebbe bene anche un materassino per sedersi.

Naturalmente, ci vogliono libri, banchi, astucci, penne, pastelli e pennarelli; qualcuno vorrebbe musica tutti i giorni, non fare i compiti e magari anche la mamma e il papà.

E, si sa, perché la scuola sia il posto giusto non possono mancare la fantasia, la felicità, cose divertenti e tanti amici.



                                                                       Classe 2^ A




lunedì 17 settembre 2018

Anselmo, la scuola e i (brutti) voti

Mi fa sorridere pensare che, dal 2008, per ben tre volte, Anselmo abbia accompagnato i primi giorni di scuola miei e dei miei piccoli alunni.








Mi fa sorridere perché davvero quest'anno mi ero ripromessa di cambiare: non amo le attività ripetute, negli anni sempre uguali a loro stesse.
Eppure, anche quest’anno Anselmo mi ha chiamato.
Con il suo orecchio piegato, la sua preoccupazione, i suoi pensieri tristi, ha dato voce a qualche lacrima inattesa caduta in questi giorni, a uno sguardo timoroso, a una testolina che si poggiava sul banco.
Così, ancora una volta, Anselmo è venuto a scuola con me; e non so se sia perché, nel corso degli anni, è diventato più esperto e sicuro di sé, ma le nuove bambine e i nuovi bambini hanno interpretato le sue paure in modo totalmente inatteso.



Dopo aver letto il libro, ho chiesto loro: Cos’ha di speciale Anselmo?

Le orecchie
Anselmo parla.
Parla col suo amico.
Gli dice che è bella la scuola.
Anselmo all’inizio tremava.
Perché non voleva andare a scuola.
Perché aveva paura.
Della scuola.
Pensava che è brutta, invece è bella.


Di nuovo, ho chiesto: Anche voi avevate un po’ di paura come Anselmo?

Io sì. Avevo paura perché ci sono i compiti.
Perché si fanno tanti compiti.
Io per niente paura.
Io avevo un po’ paura per i voti.
Per le note.
Quelle che fanno ai maleducati.

Io ho paura dei brutti voti.


Lo ammetto. Questa risposta mi ha spiazzato. Che una bambina o un bambino di sei anni tema la scuola perché ci sono i compiti, mi pare sia nell’ordine naturale delle cose. Mi pare invece lo sia, o debba esserlo, meno la consapevolezza bambina che la scuola è dispensatrice di voti, in particolare di brutti voti.
Ancora una volta, mi sono confermata nella convinzione di quanto sia ingiusto un sistema di valutazione che fin dal primo quadrimestre della prima ci obbliga a utilizzare il voto numerico per codificare, quantificare, incasellare un processo di apprendimento di cui non conosciamo l’inizio, le basi, e che a fine gennaio 2019 avremo potuto verificare e valutare per soli 4 mesi; e soprattutto quanto questo sistema sia particolarmente ingiusto per chi parte con le sue piccole o grandi difficoltà. Proprio come Anselmo.


Come incomincia:

"Questo è Anselmo. 
Ha cinque anni e nove mesi, come me.
Siamo nati lo stesso giorno. 
Ad Anselmo piacciono le carote, ma soprattutto, quando andiamo in automobile, gli piace viaggiare sul ripiano di dietro, perché si vede meglio che dal finestrino e si possono salutare i cani e i gatti nelle altre macchine.”

ZOBOLI G. – MULAZZANI S., Anselmo va a scuola, Topipittori 











 

giovedì 9 agosto 2018

Siamo tutti Malfatti. Anche gli insegnanti


Manca poco meno di un mese all’inizio della scuola.

Il primo giorno di settembre, gli insegnanti si ritroveranno dentro le aule che sono per molti una seconda casa (e, a volte, anche la prima). Solo pochi giorni dopo, accoglieranno bambine e bambini, ragazze e ragazzi con cui condivideranno tanta parte del proprio tempo per 9 mesi.

Non ci avevo mai pensato. Per ogni insegnante, il tempo della scuola con i propri alunni è esattamente il tempo di una gravidanza. Il tempo dell’attesa, moltiplicato per i cinque anni che normalmente si trascorrono insieme. Cinque attese, ogni anno diverse, ogni anno singolari, per svariati, imprevedibili motivi: primo fra tutti, la variabile umana.

Non ci sono molte altre professioni come la nostra, dove confrontarsi ogni giorno con così tante persone in crescita, ovvero in un momento della loro vita particolarmente importante e delicato.

Per 9 mesi ogni insegnante avrà di fronte a sé un numero variabile da 15 a 29 alunni per classe, e dovrà trovare, ogni giorno, ogni istante, il modo più giusto ed equilibrato per relazionarsi e accompagnare nella crescita ciascuno di loro.

Ciascuno, capite?

Non l’uno, i due o i tre che molti di noi hanno per figli. E sappiamo bene quanto sia difficile, foss’anche con uno soltanto.

Ecco. Immaginate un insegnante. Immaginatelo in classe. E moltiplicate per un numero variabile da 15 a 29 (e magari moltiplicate ancora per due, perché pochi di noi lavorano in una sola classe) la responsabilità di un genitore verso il proprio figlio.

Fatelo.

E poi comprendete e perdonate gli insegnanti che sbagliano (ma solo se in buona fede, e se capaci di riconoscere la propria fallibilità, soprattutto davanti ai bambini).






Beatrice Alemagna, I cinque malfatti, Topipittori

giovedì 23 novembre 2017

Riprendiamoci la scuola


C’è una parola che credo dovrebbe stare al centro dei pensieri di ognuno: è la parola benessere.

Essere bene, stare bene, noi e le persone che sono intorno a noi. Perché il benessere si propaga a cascata, e i suoi effetti benefici durano ben oltre il momento contingente.

Ci penso spesso, tanto più in giorni come questi, in cui pare che molto, intorno, rischi di minacciare questo stato. Mi è stato però insegnato che ogni cosa che accade è anche, prima di tutto, di mia responsabilità. Così, da sempre mi chiedo cosa possa fare io per prima, per garantire benessere a me e a chi mi viene affidato ogni giorno: cosa possiamo fare, noi insegnanti, per noi stessi e per i nostri ragazzi.

E mi vien voglia di ripartire da quelli che recentemente ho chiamato “poteri”: senza enfasi, perché, davvero, sono tutti in nostro potere.

Possiamo sorridere: perché anche il sorriso, come lo sbadiglio, è contagioso.

Possiamo accogliere, perché è nell’accoglienza che si dà relazione.

Possiamo, dobbiamo, nell’accoglienza e nella relazione, essere fermi, e con fermezza agire, parlare, ascoltare, rispondere: perché la fermezza non è rigidità, ma consapevolezza di ciò che si è, dei propri limiti, delle proprie capacità, delle proprie competenze.

Possiamo, dobbiamo, muoverci nell’assoluto rispetto, chiedendolo per noi e per chi vive con noi, e dandolo ad ognuno, senza riserve.

Possiamo pretendere che vengano riconosciute la nostra professionalità e la nostra autonomia, dimostrando in ogni momento di essere pronti a risponderne.

Possiamo, insegnanti e alunni, riprenderci la scuola, che è casa nostra, e farne ogni giorno un luogo di benessere.

giovedì 31 agosto 2017

C'è nell'ultimo boccone di calma

Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno



Silvia Vecchini - Marina Marcolin, Topipittori


C'è nell'ultimo boccone di calma,
nella scolatura dei giorni
una felicità perfetta:
ancora una settimana di sole
un bagno, un giro scalzo in bicicletta,
l'altalena in piedi -
la scuola è dietro l'angolo
ma ancora non la vedi.
Nell'aria trasparente una luce d'oro:
l'inizio di settembre è zucchero
nel fondo del bicchiere,
dell'estate l'ultimo tesoro.
Silvia Vecchini, Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, Topipittori

martedì 28 marzo 2017

La scuola, soprattutto, per chi non ha altra scuola



È alla terza ripetizione di meravigliosa, accostata alle parole scuola elementare, e insegnanti, da parte della scrittrice (ed ex insegnante) Paola Mastrocola, durante l’intervista telefonica di Farheneit-Rai3, che mi infastidisco. Ed è un fastidio che mi obbliga a scrivere.

La scuola elementare, i suoi insegnanti, non sono meravigliosi: sono veri.

Siamo insegnanti, certamente non meravigliosi, che lavorano in un ordine di scuola, altrettanto non meravigliosa, in cui si cerca di porre le basi per gli apprendimenti futuri, e, checché ne dica la Mastrocola, per la vita. (Errore. Me ne accorgo ancora prima di terminare la frase. Le basi si cominciano a porre fin dalla scuola dell’infanzia). 

Ai miei ragazzi dico sempre che siamo nati per le cose difficili, altrimenti l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra. E su questo sono d’accordo con la Mastrocola. E lo è anche Franco Lorenzoni:

“Educare allo sforzo oggi è decisivo, ma bisogna capire in che direzione facciamo questo sforzo."

C’è qualcosa, però, che la Mastrocola, ex, e sottolineo ex, professoressa di liceo, pare non sapere: la scuola elementare è scuola dell’obbligo.
È scuola non scelta secondo le proprie attitudini, o inclinazioni, o aspettative.
È scuola per tutti, e di tutti. È scuola, soprattutto, per chi non ha altra scuola; per chi trova dentro la scuola l’unica, o la maggiore, possibilità di conoscenza, di apprendimento, di cultura.

E allora, l’asticella della difficoltà dev’essere ogni volta, e per ogni bambino, per ogni ragazzo, calibrata: non esiste una misura sola. Forse ne esistono tante quanti sono i bambini, i ragazzi che abbiamo di fronte.
 
“Noi dobbiamo lavorare molto nella costruzione dell’immaginario dei ragazzi. La grammatica, benissimo. Noi dobbiamo imparare la grammatica, dobbiamo imparare l’ortografia, ma dobbiamo farlo dentro un contesto di senso, perché le parole hanno senso. […] è bello che il bambino sappia che quando scrive c’è un senso in quello che sta scrivendo: sta scrivendo a qualcuno, sta scrivendo per qualche cosa.”
 […] Il lavoro, per tutti noi, è quello di dire: la scuola è un luogo culturale, decisivo per la società?
[…] Il cuore di tutto sta nella formazione degli insegnanti. Noi dobbiamo avere degli insegnanti colti, motivati, in luoghi curati, perché l’immagine che la scuola dà…Se si chiudono le biblioteche, se si chiudono i teatri, poi ci lamentiamo perché la scuola
Una scuola è seria se sa ascoltare i ragazzi
Il ragazzo entra in relazione con la letteratura se la sente sua. […] si appassiona perché sente che quelle parole parlano proprio di lui, di quello che sente.
Allora non è che i ragazzi non hanno emozioni. Hanno delle emozioni profondissime. Non hanno le parole per esprimerle. Allora sta a noi trovare, costruire quel ponte tibetano, che è veramente un ponte tibetano sull’abisso, tra la cultura, la grande cultura, e i ragazzi, i bambini, i giovani di oggi. Questo è uno sforzo enorme, che richiede tanta, tanta cultura, tanta ricerca. E anche investimenti per fare questo.