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sabato 16 novembre 2019

La misura della fatica, e L'Isola Schifosa


La misura della fatica di questi primi due mesi di scuola la dà il numero di post (9) su Apedario dal 12 settembre ad oggi.

E se è vero che mi ero ripromessa di scrivere meno, e meglio, è altrettanto vero che, in questi due mesi, di cose da raccontare ce ne sarebbero state moltissime: perché in classe, con le bambine e i bambini, siamo stati bene, ci siamo ritrovati e ri-conosciuti, abbiamo dato voce ai genitori, abbiamo scoperto chi siamo e cosa pensano gli altri di noi, abbiamo letto albi imperdibili e continuato a dirci parole belle e a darci abbracci colmi d’affetto. Abbiamo scritto, disegnato, discusso e raccontato, corso e giocato, mangiato e festeggiato. 


La fatica non è in classe, no.

La fatica è quella tutt’intorno, e permea ogni cosa.

Non ho alcuna voglia di stilarne un elenco: ognuno ha le proprie, e le sente tutte, sulla pelle e dentro la testa. Non è questo che mi preme.


Mi preme dire invece che ogni giorno le bambine e i bambini chiedono che io legga. Spesso chiedono anche: Ce lo rileggi?

Che il prestito bibliotecario riscuote sempre un gran successo, e chi dimentica il libro a casa e non può prenderne uno nuovo ha spesso quell’aria smarrita che mi mette voglia di sovvertire la regola (ma non si può); e ormai capita che si porti a casa il libro nuovo non solo il venerdì, ma anche in settimana, se si è già finito quello prima.

Che ci sono libri capaci di spezzare ogni resistenza, ed essere ancora una volta ben oltre i progetti e le giornate dedicate. Provate a leggere L’Isola Schifosa di William Steig, Rizzoli: mi direte poi se davvero serve la giornata della gentilezza.





Perché hai un bel ripetere che l’espressione Che schifo! è davvero una di quelle che proprio non vuoi sentire, e che, almeno a scuola, dobbiamo provare a trovare delle valide alternative.

Ma non c’è nulla di più schifoso della cattiveria gratuita, e del goderne. E un piccolo fiore può segnare l’inizio del cambiamento.

Un testo magnifico, ricco di parole che fanno strabuzzare gli occhi e regalano alla lettura ad alta voce una musicalità, un ritmo impareggiabili. E le tavole di Quentin Blake sono da mangiare con gli occhi.


Abbiamo realizzato un magnifico pannello, con l’Isola Schifosa e quella meravigliosa; ma naturalmente (ah, la stanchezza!) ho scordato di fotografarlo.

martedì 13 maggio 2014

I fuoCHI d'artificio

Ci sono pochi spettacoli più affascinanti di quelli pirotecnici, e per concludere in bellezza il lavoro su CHE-CHI-GHE-GHI ci siamo affidati a

I FUOCHI D'ARTIFICIO

Fanno i fuochi d'artificio
questa sera in piazza grande:
schizza il razzo sibilando
verso l'alto, scoppia e spande
rosso verde giallo e argento
amaranto oro e blu:
nella notte nera sale
alle stelle o forse più
una pioggia di colore
goccia luce goccia sole.

Ma quando finisce l'incanto
rimane la luce
dentro i miei occhi soltanto.

Anonimo, Tante rime per i bambini corte lunghe lunghissime, Mondadori




Ho visto i fuochi d'artificio:
fiori nel buio scoppiavano,
un lampo improvviso
accendeva tutti i volti,
scendevano sfrigolando
mille scintille.

Se chiudo gli occhi sbocciano
ancora nelle mie pupille.

Silvia Vecchini, Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, Topipittori



giovedì 8 maggio 2014

Le oCHIne



Le ochine

C’era una volta un branco di ochine che andavano in Maremma a far le uova.
A mezza strada una si fermò. - Sorelle mie, devo lasciarvi. Ho bisogno di far subito l’uovo, fino in Maremma non ci arrivo
- Aspetta!
- Trattienilo!
- Non ci lasciare!
Ma l’ochina non ce la faceva più. S’abbracciarono, si salutarono, promisero di ritrovarsi al ritorno, e l’ochina s’inoltrò in un bosco. Ai piedi d’una vecchia quercia fece un nido di foglie secche e depose il primo uovo. Poi andò in cerca d’erba fresca e acqua limpida per desinare.
Tornò al nido a tramonto di sole, e l’uovo non c’era più. L’ochina era disperata. Il giorno dopo, pensò di salire sulla quercia e fare il secondo uovo tra i rami, per metterlo in salvo. Poi scese dall’albero tutta contenta, e andò a cercare da mangiare come il giorno prima. Al ritorno l’uovo era scomparso. 



 L’ochina pensò: «Nel bosco dev’esserci la volpe, che si beve le mie uova».
Andò al paese vicino e bussò alla bottega del fabbro ferraio.
- Signor fabbro ferraio, me la fareste una casina di ferro?
- Si, se tu mi fai cento coppie d’uova.
- Va bene, mettetemi qui una cesta, e mentre voi mi farete la casina, io vi farò le uova.

L’ochina s’accoccolò e ogni martellata che il fabbro dava sulla casina di ferro, lei faceva un uovo. Quando il fabbro ebbe dato il duecentesimo colpo di martello, l’ochina scodellò il duecentesimo uovo e saltò fuori dalla cesta. - Signor fabbro ferraio, ecco le cento coppie d’uova che le avevo promesso.
- Signora ochina, ecco la tua casina finita.
L’ochina ringraziò, mise la casa in spalla, se la portò nel bosco e la posò in un prato. «È proprio il posto che ci vuole per i miei ochini; qui c’è l’erba fresca da mangiare e un ruscello per fare il bagno». E tutta soddisfatta si chiuse dentro per fare finalmente le sue uova in pace.

La volpe intanto era tornata alla quercia e non aveva trovato più uova. Si mise a cercare per il bosco, finché non capitò in quel prato e trovò la casina di ferro. «Scommetto che c’è dentro l’ochina», pensò, e bussò alla porta.


- Chi è?
- Sono io, la volpe.
- Non posso aprire, covo le uova.
- Ochina, apri.
- No, perché mi mangi.




- Non ti mangio, ochina, apri.
- Bada, ochina, che se non apri subito,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l’ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


La volpe saltò sul tetto



 e patapùn e patapàn cominciò a saltare in tutti i sensi. Ma si! Più saltava più la casa di ferro diventava solida. Tutta impermalita la volpe saltò giù e corse via, e l’ochina le rideva dietro a crepapelle.
Per un po’ di giorni la volpe non si fece vedere, ma l’ochina nel l’uscire era sempre prudente. Le uova s’erano schiuse ed erano nati tanti ochini.
Un giorno, si sente bussare.
- Chi è?
- Sono io, la volpe.
- Cosa vuoi?
- Sono venuta a dirti che domani c’è la fiera. Vuoi che ci an diamo insieme?
- Volentieri. A che ora vieni a prendermi?
- Quando vuoi.
- Allora vieni alle nove. Più presto non posso, devo badare ai miei ochini.
E si salutarono da buone amiche. La volpe già si leccava i bafii, sicura di mangiarsi l’oca e i suoi ochini in due bocconi.
Ma l’oca la mattina dopo s’alzò all’alba, diede da mangiare agli ochini, li baciò, raccomandò loro di non aprire a nessuno e andò alla fiera.

Erano appena le otto, e la volpe bussava alla casina di ferro.
- La mamma non c’è, - dissero gli ochini.
- Apritemi! - ordinò la volpe.
- La mamma non vuole.
La volpe disse fra sé: «Vi mangerò dopo», e forte: - Quant’è che la mamma è andata via?
- È uscita stamattina presto. La volpe non stette a sentir altro: via di corsa. La povera ochina, dopo aver fatto le sue spese, stava tornando a casa, quando vide arrivare la volpe di corsa, con la lingua fuori. «Dove mi metto in salvo?» Alla fiera aveva comprato una gran zuppiera. Mise il coperchio per terra, ci s’accovacciò sopra, e si tirò addosso il recipiente rovesciato.
La volpe si fermò. - Guarda che bell’altarino! Voglio dire una preghiera -. S’inginocchiò, pregò davanti alla zuppiera, ci lasciò un marengo d’oro come offerta, e riprese la sua corsa.
L’ochina mise pian piano la testa fuori, raccolse il marengo, ri prese la zuppiera e filò a casa a riabbracciare gli ochini.

Intanto la volpe girava per la fiera, guardava sotto i banchi senza riuscire a trovare l'ochina. «Eppure per strada non l’ho incontrata, dev’essere ancora qui», e ricominciava il giro. La fiera era finita, i venditori riponevano le merci non vendute, disfacevano i banchi, ma dell’ochina la volpe non trovava traccia. «Anche stavolta me l’ha fatta!»
Mezzo morta di fame tornò alla casetta di ferro e bussò.
- Chi è?
- Sono io, la volpe. Perché non m’hai aspettata?
- Faceva caldo. E poi pensavo d’incontrarti per strada.
- Ma che strada hai fatto?
- Ce n’è una sola. - E come mai non ci siamo viste?
- Io t’ho vista. Ero dentro all’altarino...
La volpe era rabbiosa.- Ochina, aprimi.
- No, perché mi mangi.
- Bada, ochina,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l'ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


Patapùn e patapàn, salta e risalta, 



la casa di ferro diventava sempre più forte.






Per molti giorni la volpe non si fece più vedere. Ma una mattina si senti bussare.
- Chi è?
- Sono io, la volpe, apri.
- Non posso, sono occupata.
- Volevo dirti che sabato c’è il mercato. Vuoi venire con me?
- Volentieri. Passa a prendermi.
- Dimmi l’ora precisa, che non succeda come per la fiera.
- Diciamo le sette, prima non posso.
- D’accordo, - e si lasciarono da buone amiche.

Il sabato mattina, prima di giorno, l’oca ravviò le penne degli ochìni, dette loro l’erba fresca, raccomandò di non aprire a nessuno, e parti. Erano appena le sei quando arrivò la volpe. Gli ochini le dissero che la mamma era già partita, e la volpe si mise a correre per raggiungerla.
L'ochina era ferma davanti a un banco di poponi quando vide in lontananza la volpe che arrivava. A scappare non faceva più a tempo. Vide in terra un popone grosso grosso, ci fece un buco col becco e ci entrò dentro. La volpe prese a girare per tutto il mercato in cerca dell’ochina. «Forse non è ancora arrivata», si disse, e andò al banco dei poponi per scegliersi il più buono. Dava un morso all’uno, assaggiava l’altro, ma la buccia era sempre troppo amara e li scartava tutti. Alla fine vide quello grosso grosso posato in terra. «Questo si che dev’essere buono!» e gli diede un morso più forte che agli altri. L’ochina che proprio da quella parte aveva il becco, si vide aprire una finestrina e sputò fuori.
- Puh! Puh! Com’è cattivo! - esclamò la volpe, e fece rotolare via il popone. Il popone rotolò giù per una scarpata, si spaccò contro una pietra, l’ochina saltò fuori e corse a casa.
La volpe, dopo aver girato per il mercato fino al calar del sole, andò a bussare alla casina di ferro. - Ochina, hai mancato di parola, non sei stata al mercato.
- Si che c’ero. Ero dentro quel popone grosso grosso.
- Ah, me l’hai fatta un’altra volta! Adesso apri!
- No, perché mi mangi.
- Bada, ochina,


Monto sul tetto,
Faccio un balletto,
Ballo il trescone,
Butto giù casa e casone.


E l’ochina:

Monta sul tetto,
Facci un balletto,
Balla il trescone,
Non butti giù né casa né casone.


Patapùn, patapàn, ma la casa di ferro non si scuoteva neanche più.
Passò del tempo. Un giorno la volpe tornò a bussare. - Via, ochina, facciamo la pace. Per dimenticare il passato, facciamo una bella cena insieme.
- Volentieri, ma non ho nulla di tuo gusto da offrirti.
- A questo penso io; tu penserai a cuocere e ad apparecchiare.
E la volpe cominciò ad andare e venire ora con un salame, ora con una mortadella, o un formaggio, o un pollo, tutte cose che rubava in giro. La casina di ferro ormai era piena zeppa di roba.

Venne il giorno fissato per la cena. La volpe per aver più appetito non mangiava da due giorni: ma lei, si sa, non pensava alle mortadelle o ai formaggi, pensava ai bei bocconi che si sarebbe fatti dell’oca o degli ochini. Andò alla casa di ferro e chiamò: - Ochina, sei pronta?
- Si, quando vuoi venire tutto è pronto. Devi però adattarti a passare dalla finestra. La tavola apparecchiata arriva fino alla porta e non la posso aprire.
- Per me è lo stesso. Tutto sta ad arrivare alla finestra.
- Butto giù una corda. Tu infila la testa nel cappio e io ti tiro su.
La volpe che non vedeva l’ora di mangiarsi l’ochina mise la testa nel cappio, ma non s’accorse che era un nodo scorsoio. Più tirava, più il nodo stringeva; più sgambettava, più soffocava. Restò strozzata, con gli occhi spalancati e la lingua ciondoloni. L’ochina ancora non si fidava; perciò la lasciò andar giù di colpo: cadde in terra stecchita.
- Venite, ochini, - disse allora aprendo la porta, - venite a mangiare l’erba fresca e a fare il bagno nel ruscello -. E gli ochini finalmente uscirono di casa starnazzando, svolazzando, rincorrendosi.



Un giorno l’ochina senti un batter d’ali e un gridio. Era l’epoca del ritorno delle oche dalla Maremma. «Fossero le mie sorelle!» Andò sulla strada e vide venirne un branco, con dietro tutti gli ochini nuovi nati. 


Si fecero tante feste, da buone sorelle, e l’ochina raccontò loro le sue traversie con la volpe. Alle sorelle piacque tanto la casina che andarono tutte dal fabbro ferraio a farsene fare una ciascuna. E anche adesso, non so dove, in un prato, c’è il paese delle ochine, tutte nelle casettine di ferro, al sicuro dalla volpe.

Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori

dal sito http://www.dariopalombafoto.altervista.org/index/ceraunavolta_fiaba.html




lunedì 12 agosto 2013

CHE - CHI - GHE - GHI in poesia (con Munari, Scialoja e altri)






chi del chianti
chiede a Chiasso
chiaramente china il capo
ma chi chiede il chianti a Chiasso?
chitarristi
smacchiatori
archivisti
macchinisti
tutti chiacchierano
e chi spera
chiede chianti fino a sera



poche oche
poche bacche ed albicocche
dà Michele
a Menelicche
e gli batte sulle nocche
con bacchette
mentre volano barchette
cherubini
lacche sporche
e bachelite





tutta in ghingheri s’agghinda
Ghina
e mugghia ghirigori
è ghiacciata la ghiaietta
la ghirlanda ha l’unghia ghiotta
e la ghisa della ghianda
fa dei sughi
senza aghi



un ghepardo pien di rughe
larghe larghe
come acciughe
ghigna
sghembo tra le alghe
ha le ghette
le meringhe
e due vaghe
ghepardette


MUNARI B., Alfabetiere, Corraini







Tre chicchi di moca
tritava il tricheco
per fare il caffè.
Lo vide la foca
e disse: "Che spreco!
Due chicchi, non tre!"




Chiotta chiotta
fuori Chioggia
quando annotta
nella pioggia
gira una chiocciola
perché è assai ghiotta
di qualche gocciola.



Una civetta di Civitavecchia
guarda la luna che in mare si specchia.
Di luna piena ce n’entra parecchia
negli occhi tondi di questa civetta.



Alle sette del mattino
c'è un gattino con le ghette
alle otto della sera
la marmotta è alla ringhiera
alle nove del tramonto
il gattino ha il muso unto
alle dieci dell'aurora
la marmotta s'innamora.



Dopo il pranzo sull'erba
la zia anziana sonnecchia,
con occhio spento osserva
la vespa che sonnecchia.


SCIALOJA T., Quando la talpa vuol ballare il tango, Mondadori






CHE COSA COLLEZIONI?

Che cosa collezioni?
Monete, bambole di altre nazioni?
O barzellette senza spiegazioni?

Che cosa collezioni?
Teschi, poster, spille, campane?
Bastoni da montagna o conchiglie marine?

Che cosa collezioni?
Foglie, fotografie di gatti
Pipistrelli in plastica, o sassi piatti’

Che cosa collezioni?
Libri, fossili, cassette, mascheroni?
O fumetti chiusi nei cartoni?

Wes Magee



I FUOCHI D’ARTIFICIO

Fanno i fuochi d’artificio
questa sera in piazza grande:
schizza il razzo sibilando
verso l’alto, scoppia e spande
rosso verde giallo e argento
amaranto oro e blu:
nella notte nera sale
alle stelle o forse più
una pioggia di colore
goccia luce goccia sole.

Ma quando finisce l’incanto
rimane la luce
dentro i miei occhi soltanto.


Anonimo



TOPAZIO GRIGIO

Ho un topino di nome Topazio
che va ghiotto per la pasta ed i ceci.
Ogni notte compare alle dieci
e rosicchia finché non è sazio.

Chiara Carminati


WATERS – CARMINATI, Tante rime per i bambini corte lunghe lunghissime, Mondadori


giovedì 8 agosto 2013

CHI come Chissadove


Sono una profana, e forse sto dicendo una bestialità, ma la copertina di questo albo


illustrato con delicatezza dal giovane e talentuoso Philip Giordano (qui http://www.philip-giordano-pilipo.com/ il suo blog), mi ha fatto immediatamente pensare a “L’albero della vita “ di Klimt.
 

Per quest’opera ho una predilezione legata, come spesso mi accade, a momenti significativi passati con i miei ormai ex alunni e a un’attività che ha saputo stimolare passione e impegno e produrre risultati talvolta inattesi. Irrazionalmente non ho potuto fare a meno di pensare che con questo libro sarebbe avvenuto lo stesso.

Proprio questa mattina, con la mia amica Daria, che come me avrà le prime a settembre, ci si chiedeva “Con cosa iniziamo?”. Una risposta è stata: “Forse con la A di albero: mi sembra che ci sia così tanto, dentro…”

Ecco, nel pomeriggio, una possibile concretizzazione di questa risposta, ricca di significato come solo a volte ciò che è casuale riesce ad essere: Chissadove, una storia perfetta per i bambini, pensati dalla prima alla quinta, e tanto più per i genitori, che ce li affideranno per cinque anni…Proprio di fiducia si parlava ieri.



I piccoli semi di un albero sono impazienti di crescere e diventare a loro volta alberi, per poter finalmente parlare. Ognuno di essi vola via, chi lontano, chi vicino vicino, chi forse a chissadove.

Tutti tranne uno, che rimane attaccato all’albero. “Solo per un giorno!”, dice l’albero all’inizio, ma i giorni passano, e di motivi per non staccarsi l’albero e il seme ne trovano in quantità. Finché un mattino, una gazza…

 
Come incomincia:

 
In mezzo alla collina c’era un albero ricco di piccoli semi che crescevano silenziosi e impazienti di diventare alberi per poter un giorno parlare.
Per dire buongiorno”, “buonasera” e persino “precipitevolissimevolmente”…
Beh, forse non tutti ci riusciranno.
Un giorno fiorito arrivò il vento che accarezzò i rami e l’albero salutò i piccoli semi che iniziarono così il lungo viaggio per chissadove.
Per diventare alberi c’è chi volò al caldo sud,
c’è chi volò al freddo nord,
c’è chi volò, vicino vicino, dentro un vaso su un balcone.
E c’è chi andò, lontano lontano, forse a chissadove.
“Oh…” disse l’albero quando vide un piccolo seme attaccato alla sua chioma: “Sei ancora qui? Se non ti sbrighi perderai il vento!”
Ma il piccolo seme non si mosse. “Se non ti sbrighi perderai i tuoi amici!”.
Niente, il piccolo seme non si mosse.

 
VALENTINI – GIORDANO, Chissadove, zoolibri





Perché forse, riflettevo, al primo incontro con i genitori, prima ancora di parlare del materiale,  dell’organizzazione della giornata scolastica o delle regole, è necessario parlare di questi “semi”, che vengono affidati alla scuola, agli insegnanti, per tanta parte di tante giornate; perché se non c’è la necessaria fiducia, e la necessaria capacità di separare, e separarsi, per alcune ore, per il tempo passato in un ambito diverso da quello domestico, in un ambiente dove legami e dinamiche relazionali cambiano (e io genitore mi devo fidare se l’insegnante mi dice che mio figlio a scuola si comporta in un modo che io non riconosco…), tutto diventa più difficile, faticoso, a volte insormontabile. Perché se io insegnante non parlo occhi negli occhi con ogni genitore, fidandomi di lui e chiedendogli di fidarsi di me, della mia professionalità, del mio buonsenso, della buonafede con cui talvolta commetterò gli inevitabili errori (di cui chiederò scusa per primi ai bambini), allora mi manca quella capacità di educare educandomi, di tirare fuori da ogni bambino il meglio che può dare, chiedendo l’identica cosa a me stesso.

mercoledì 7 agosto 2013

H come Harold (e Henri)


Io e Harold siamo amici da tempo: da almeno dodici anni.

Lavoravo ancora alla scuola dell’infanzia e Rosy, la mia collega, mi fece scoprire questo autentico gioiellino della letteratura per l’infanzia (in effetti, il prezzo dell’edizione Einaudi Ragazzi è ancora in lire, e la prima edizione è addirittura del 1955!).

Harold ha fatto breccia nel cuore dei piccolini, e quando è stata l’ora di proporre l’H ai primini del ciclo precedente l’ho ripreso tra le mani: ha generato l’identica meraviglia!




Il segreto di Harold è una matita viola, capace di creare un mondo fantastico in pochi tratti. Come recita la quarta di copertina “[…] Harold percorre con aria apparentemente indifferente, quasi annoiata, un universo incontaminato, quello della pagina bianca. Harold è padrone assoluto del segreto della creazione, eppure è così fragile da restare impigliato nei suoi stessi scenari. Ormai un classico dei libri per bambini, Harold e la sua matita viola sono gli attori inconsapevoli del processo immaginativo che sta alla base di tutti i libri, gli esecutori innocenti della potente metafora che affonda le sue radici nell’origine stessa del disegno e del racconto.

Come incomincia:

Passeggiata al chiaro di luna

“Una sera, dopo averci pensato sopra un bel po’, Harold decise di fare una passeggiata al chiaro di luna.
Ma la luna non c’era, e senza luna non si può passeggiare al chiaro di luna.
Harold aveva anche bisogno di un luogo adatto dove fare la passeggiata.
Fece una strada lunga e dritta, così lunga e dritta che era impossibile perdersi.
Poi cominciò a camminare sulla strada, tenendo in mano la matita viola.
Cammina e cammina, per quella strada non si arrivava da nessuna parte.
Allora Harold prese un sentierino he passava attraverso i campi, e la luna lo seguì.
Alla fine del sentierino, Harold pensò che lì ci stava bene una foresta.
Però non voleva perdersi, e allora fece una foresta piccola piccola, con un albero solo.

JOHNSON C., Harold e la matita viola, Einaudi Ragazzi





Un pastello viola e via…qualsiasi bambino può trasformarsi in Harold!

Un altro protagonista con l'H, appena più recente (l'anno di prima pubblicazione è il 1962)



dal sito della casa editrice Corraini http://www.corraini.com/scheda_libro.php?id=653

Henri va a Parigi è l’affascinante storia di un ragazzino che abita a Reboul in Francia e che sogna di andare a Parigi. Un bel giorno, decide di raccogliere le sue cose e partire per la grande città, ma, lungo la strada decide di stendersi sotto un albero a riposarsi un po’. Da questo momento, il viaggio di Henri prenderà tutta un’altra direzione.
Pubblicato per la prima volta nel 1962, Henri va a Parigi è una storia romantica e colorata resa unica dal tocco del grande maestro della grafica Saul Bass e dalle parole de Leonore Klein.

 

BASS - KLEIN, Henri va a Parigi, Corraini



Lingua italiana


La lettera H

Sia Harold che Henri si pronuncerebbero nello stesso modo se fossero scritti senza l’H iniziale. Mostriamo ai bambini cosa accade invece quando scriviamo l’H tra le lettere CE – CI – GE – GI, che si trasformano in CHE – CHI – GHE – GHI. Ecco che l’H assume tutt’altro significato!

Chiediamo quindi ai bambini di dividere la pagina in due colonne e scrivere in alto a sinistra CHE e in alto a destra CHI. Ogni bambino potrà quindi suggerire una parola da scrivere nell’una o nell’altra colonna, con le sillabe contenenti l’H scritte in rosso.
 

Aiutiamo i bambini a compiere una riflessione importante: molte parole che terminano con CHE – CHI – GHE – GHI sono plurali di nomi che terminano in CA – CO – GA – GO. Cerchiamo quindi nomi che terminano con queste sillabe e scriviamone il singolare nella colonna contrassegnata con UNO e il plurale nella colonna TANTI; poi, nella pagina successiva, troveranno spazio UNA/TANTE.