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martedì 4 settembre 2018

Non mi sento una privilegiata

Rileggo un post di due anni fa, a fine scuola, dal titolo “Non mi sento una privilegiata”, e mi viene voglia di riadattarlo.


La scuola sta per iniziare.

Tra i tanti privilegi degli insegnanti, ce n’è uno che pochi ci perdonano: le lunghe vacanze estive.
Eppure, non mi sento una privilegiata.

Non mi sento una privilegiata, perché faccio un lavoro dove non è previsto un manuale d'istruzioni. Un lavoro dove spesso devi adeguare i tuoi interventi uno ad uno, a seconda della bambina o del bambino che hai di fronte in quel preciso istante, della sua personalità e dei suoi bisogni.

Non mi sento una privilegiata perché in questo istante non so quasi nulla delle bambine e dei bambini che fra pochi giorni, quasi ogni giorno, mi troverò di fronte. E, fin da subito, ci verrà chiesto di relazionarci con ognuna e ognuno di loro nel modo più equilibrato, rispettoso, efficace possibile, come se li conoscessimo da sempre.

Non mi sento una privilegiata, perché temo i miei errori molto più dei loro, e perché so che gli errori di un insegnante (non ho dimenticato l’apostrofo, ci sono pur sempre i maestri), anche i più lievi, anche quelli compiuti in assoluta buonafede, rischiano sempre di produrre disagio e sofferenza in chi, dal disagio e dalla sofferenza, dovrebbe essere maggiormente protetto.

Non mi sento una privilegiata perché credo esistano almeno 28 modi diversi d'imparare, e probabilmente possono stare tutti all'interno di una sola classe.  Quel che non so, è come far convivere i 28 diversi modi di insegnare che forse sarebbero, all’interno della stessa classe, necessari.

Non mi sento una privilegiata quando sento, fortissima, la responsabilità di ogni parola che dico dentro le nostre aule, perché ci sono n° paia d’orecchie ad ascoltarle, a pesarle, a ripensarle, magari al chiuso di una cameretta o discutendo con gli amici.

Non mi sono mai sentita una privilegiata quando durante il giorno, la sera prima di dormire, e spesso anche il mattino appena sveglia, ho pensato a come e cosa avrei potuto fare, di più e meglio. Quando mi sono ripetuta: avrei dovuto, avrei potuto…

Non mi sono mai sentita una privilegiata quando con le colleghe abbiamo cercato i modi meno dolorosi (e meno definitivi, perché avremmo pur sempre potuto sbagliarci) per dire a un genitore, o scrivere in un documento di valutazione, che il suo bambino, la sua bambina, l’essere più prezioso che avesse al mondo, aveva delle difficoltà. Non mi sento una privilegiata quando mi chiedo (lo faccio ancora adesso, a quinte concluse da mesi) se ho fatto davvero tutto quel che potevo perché queste difficoltà fossero superate.

Non mi sono mai sentita una privilegiata quando a fine anno mi dibattevo tra un 7 o un 8, mentre immaginavo l’espressione della bambina o del bambino che avrebbe letto quel voto, e al suo viso triste o deluso.

Non mi sono mai sentita una privilegiata quando uscivamo da scuola con 53 bambini, e pensavo a tutto quel che sarebbe potuto succedere, e ho passato le ore a contarli, per assicurarmi che non ne mancasse neppure uno.

Non mi sono mai sentita una privilegiata quando, per andare in bagno, dovevo chiamare i collaboratori perché stessero con i bambini, garantendone la sicurezza e l’incolumità.

Non mi sono sentita una privilegiata in molti fine settimana degli ultimi anni,  mentre la maggior parte della popolazione attiva staccava dal lavoro, e io, come molti colleghi, correggevo 54 testi e riguardavo altrettante verifiche di grammatica. Ma tanto lavorate solo 24 ore a settimana, fate tre mesi di vacanza d’estate e quindici giorni a Natale.

Non mi sento una privilegiata, dunque.
E a chi pensa che io lo sia, chiedo sempre: “Ma perché non hai fatto anche tu l’insegnante?” 


C'è un solo motivo per cui mi sento una privilegiata: perché faccio un lavoro che amo. Ma per questo, non occorre essere insegnanti.





(immagini tratte da "Come funziona la maestra" di Susanna Mattiangeli e Chiara Carrer, Il castoro)

venerdì 3 giugno 2016

Non mi sento una privilegiata



La scuola sta per finire.

Tra i tanti privilegi degli insegnanti, ce n’è uno che pochi ci perdonano: le lunghe vacanze estive.
Eppure, non mi sento una privilegiata.

Non mi sento una privilegiata, perché faccio un lavoro dove non è previsto un manuale d'istruzioni. Un lavoro dove spesso devi adeguare i tuoi interventi uno ad uno, a seconda del bambino che hai di fronte in quel preciso istante e dei suoi bisogni.

Non mi sento una privilegiata perché credo che esistano almeno 28 modi diversi d'imparare, e probabilmente possono stare tutti all'interno di una sola classe. 

Non mi sento una privilegiata quando durante il giorno, la sera prima di dormire, e spesso anche il mattino appena sveglia, penso a come avrei potuto fare di più, al perché di alcune enormi fatiche relazionali (soprattutto con le famiglie), a cosa potrei fare ancora perché ogni bambino possa stare meglio a scuola.

Non mi sento una privilegiata quando sento, fortissima, la responsabilità di ogni parola che dico dentro quelle due aule, perché ci sono 54 paia d’orecchie ad ascoltarle, a pesarle, a ripensarle, magari al chiuso di una cameretta o discutendo con gli amici.

Non mi sento una privilegiata quando cerco, insieme alle colleghe, i modi meno dolorosi (e meno definitivi, perché potremmo pur sempre sbagliarci) per dire a un genitore, o scrivere in un documento di valutazione, che quel bambino, l’essere più prezioso che per un genitore ci sia al mondo, ha delle difficoltà. Non mi sento una privilegiata quando mi chiedo, sempre più spesso, se ho fatto davvero tutto quel che potevo perché queste difficoltà fossero superate.

Non mi sento una privilegiata quando a fine anno mi dibatto tra un 7 o un 8, mentre immagino l’espressione del bambino che leggerà quel voto,  e ad un viso triste o deluso.

Non mi sento una privilegiata quando esco dalla scuola con 26/28 bambini, e penso a tutto quel che potrebbe succedere, e passo le ore a contarli, per assicurarmi che non ne manchi nemmeno uno.

Non mi sento una privilegiata quando, per andare in bagno, devo chiamare la bidella perché stia con i bambini, garantendone la sicurezza e l’incolumità.

Non mi sono sentita una privilegiata ieri, mentre la maggior parte della popolazione attiva staccava dal lavoro, e io, come molti colleghi, correggevo 54 testi e riguardavo altrettante verifiche di grammatica.

Non mi sento una privilegiata, dunque.
E a chi pensa che io lo sia, chiedo sempre: “Ma perché non hai fatto anche tu l’insegnante?” 


C'è un solo motivo per cui mi sento una privilegiata: perché faccio un lavoro che amo. Ma per questo, non occorre essere insegnanti.







Un libro ironico, poetico e delicato, per spiegare ai bambini, ma soprattutto alle maestre stesse, alcune caratteristiche tanto fondamentali quanto irrinunciabili dell’oggetto “maestra”.
Una strana categoria, che accomuna donne giovani e anziane, piene di energia e stanche, impetuose e riflessive, quiete e vulcaniche...
Donne che hanno scelto di fare dell’educazione, prima ancora che dell’insegnamento, la loro vita quotidiana, e che fanno la scuola anche quando non sono a scuola.

Come incomincia:

La maestra ha una parte davanti, che è quella che si vede di solito, e una parte dietro, che si vede quando si gira.
Sopra la maestra c’è il soffitto della classe, o il cielo quando è all’aperto. Sotto la maestra c’è il pavimento, o la ghiaia, o la strada. Intorno alla maestra ci sono i bambini, a volte in fila, a volte in cerchio, in piedi o seduti.
Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio.
Le maestre possono avere colori molto diversi. Possono essere scure, chiare, ricce, lisce, a pallini, a fiori, a spirali, a scacchi e in varie fantasie. Sulla maestra a righe si scrive. Sulla maestra a quadretti si fanno le operazioni. Possono avere molti o pochi vestiti. Sotto al vestito la maestra è tutta nuda. La maestra a volte è un maschio. Anche lui ha forme e colori diversi e anche lui si veste e si spoglia.
Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini.
Nelle giornate buone, la maestra fa entrare nei bambini quello che serve senza perdere niente per strada, né restare svuotata del più piccolo aggettivo.
Se una maestra manca, si fa una sottrazione. Se arriva una maestra nuova, si fa un’addizione. Tutte le maestre e i maestri del mondo andrebbero divisi per tutti i bambini del mondo. Quando non ci sono abbastanza maestre allora bisogna moltiplicarle.”

MATTIANGELI S. – CARRER C., Come funziona la maestra, Il castoro


 

giovedì 31 marzo 2016

Ai miei maestri-bambini






Io vi conservo il camminare
incollo ogni passo a terra
resto
per voi mi sveglio
disegno la faccia
sotto l’acqua e le dita
io vi conservo le parole
come pane inzuppato
nel latte della memoria
come lacrime incolte
che precipitano
a due a due
nell’inchiostro
io sono capitano serio
quando navighiamo
le parole il loro
buio fitto l’alto mare
e allagano la classe
e noi le rastrelliamo
con le biro nere e blu a dire
le formule che ormeggiano
e il mondo
che bussa forte,
le battaglie nella notte
i cacciaviti i coltelli
e il campo le baracche
i topi e le bisce,
li alloggiamo tutti.
Qui e qui e qui.

Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore, Einaudi

lunedì 1 settembre 2014

Come funziona la maestra



Come funziona la maestra



Un libro ironico, poetico e delicato, per spiegare ai bambini, ma soprattutto alle maestre stesse, alcune caratteristiche tanto fondamentali quanto irrinunciabili dell’oggetto “maestra”.

Una strana categoria, che accomuna donne giovani e anziane, piene di energia e stanche, impetuose e riflessive, quiete e vulcaniche...
Donne che hanno scelto di fare dell’educazione, prima ancora che dell’insegnamento, la loro vita quotidiana, e che fanno la scuola anche quando non sono a scuola.

Non ho saputo trovare nulla di meglio per augurare un buon anno scolastico a tutte noi (e anche ai colleghi maschi, naturalmente).


Premio Emanuele Luzzati per l'illustrazione 2013

Un divertente e raffinato albo illustrato che parla ai bambini di oggi e... ai bambini di ieri.
“Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini.”

Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Maestre scure, chiare, ricce, lisce, a pallini, a fiori, a spirali, a scacchi e in varie fantasie. Anche a righe e a quadretti, naturalmente. E dentro le maestre, invece, cosa c’è? Un ritratto gioioso e scanzonato di tutte le maestre. Guarda bene, e troverai anche la tua o quella che hai conosciuto da piccolo!
Un intero universo da scoprire, per giocare con la curiosità dei bambini e sorridere insieme a loro sul mondo della scuola. Dedicato a una delle persone più importanti nella vita di ogni bambino.
Illustrazioni di Chiara Carrer.


Come incomincia:

La maestra ha una parte davanti, che è quella che si vede di solito, e una parte dietro, che si vede quando si gira.

Sopra la maestra c’è il soffitto della classe, o il cielo quando è all’aperto. Sotto la maestra c’è il pavimento, o la ghiaia, o la strada. Intorno alla maestra ci sono i bambini, a volte in fila, a volte in cerchio, in piedi o seduti.

Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio.

Le maestre possono avere colori molto diversi. Possono essere scure, chiare, ricce, lisce, a pallini, a fiori, a spirali, a scacchi e in varie fantasie. Sulla maestra a righe si scrive. Sulla maestra a quadretti si fanno le operazioni. Possono avere molti o pochi vestiti. Sotto al vestito la maestra è tutta nuda. La maestra a volte è un maschio. Anche lui ha forme e colori diversi e anche lui si veste e si spoglia.

Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini.
Nelle giornate buone, la maestra fa entrare nei bambini quello che serve senza perdere niente per strada, né restare svuotata del più piccolo aggettivo.

Se una maestra manca, si fa una sottrazione. Se arriva una maestra nuova, si fa un’addizione. Tutte le maestre e i maestri del mondo andrebbero divisi per tutti i bambini del mondo. Quando non ci sono abbastanza maestre allora bisogna moltiplicarle.”

MATTIANGELI S. – CARRER C., Come funziona la maestra, Il castoro