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mercoledì 16 ottobre 2019

Prima di tutto, figli


 
Antonio è tante cose, ma, prima di tutto, è figlio.

Così, da quando Antonio è uscito, desideravo coinvolgere i genitori nel racconto dei propri figli, dare loro la possibilità di mostrarceli attraverso uno sguardo altro dal nostro: lo sguardo di chi per primi li ha pensati, voluti, amati.

Avevo però una preoccupazione, che riguardava in particolare le famiglie provenienti da altri Paesi: quanto sarebbe costato loro esprimere in una lingua diversa da quella materna tutto ciò che avrebbero desiderato raccontare dei propri figli?

Forse la soluzione è stata, semplicemente, il tempo dell’attesa: l’attesa che i loro figli padroneggiassero la lingua italiana e la scrittura, e in alcuni casi potessero farsi tramite tra loro e la scuola. Quante volte è già successo?




Non una bambina, non un bambino è arrivato a scuola senza il compito svolto; tutti si sono alzati e, a turno, hanno letto le parole che mamma, papà o entrambi avevano pensato e scritto per loro. E mentre leggevano, ai compagni e ai maestri, annuivano, sorridevano e ridevano; talvolta, addirittura, dissentivano.

Hanno avuto la possibilità, ancora una volta, di parlare di sé; ma se prima l’avevano fatto in prima persona, scrivendo uno tra i primi testi su traccia, in questo caso hanno letteralmente dato voce ai loro genitori.








venerdì 7 settembre 2018

Storia piccola, ovvero Saper guardar andare, con gli occhi e il cuore che balla


Ieri mi sono resa conto che leggere per i grandi muove in me sentimenti diversi rispetto alla lettura per i più piccoli.
O, almeno, ieri è andata così.
Ho già utilizzato più volte in classe Storia piccola, il magnifico albo di Cristina Bellemo e Alicia Baladan edito da Topipittori. Ma, appunto, l’ho sempre e soltanto letto ai bambini, con tutta una serie di attività, di grammatica e produzione scritta, che ne sono conseguite.
Ieri sera, invece, l’ho letto ad alta voce ad un gruppo numeroso – più di una sessantina – di genitori.
Non so fino a che punto sia stata una lettura gratuita – volevamo, ci aspettavamo, una riflessione intima sull’unicità di ogni bambino per i rispettivi genitori, ma, soprattutto, il passo successivo, quell’accompagnare guardandolo, guardandola andare, “salutandolo con gli occhi e col cuore che ballava.
Perché, rifletto oggi non per la prima volta, ci sono tanti modi di lasciar andare, e quel che accadrà dopo dipende in gran parte dalla capacità di salutare con gli occhi e col cuore che balla, senza negare i sentimenti contrastanti che ogni distacco comporta, ovvero dando ad ognuno di essi diritto di cittadinanza dentro se stessi e gli altri, ma soprattutto fiduciosi nella capacità di ognuno, anche e soprattutto dei bambini ancora così piccoli, di accettare il distacco e di viverlo come una grande opportunità.
Ieri ho faticato a terminare la lettura con voce ferma: perché ho percepito, intorno a noi insegnanti, un’emozione densa, palpabile, una commozione vera, un silenzio che parlava e, forse, cantava.


Il brano che segue è tratto è A come Accoglienza, A come Amicizia, in A scuola con gli albi Insegnare con la bellezza delle parole e delle immagini, Topipittori 2018



Un albo particolarmente adatto a segnare il primo incontro tra genitori e scuola è Storia piccola, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan, (Topittori 2015), che narra quale grande avventura sia crescere:




Come comincia:

C'era una volta l'infinito.

E dentro l'infinito c'era una galassia.
E dentro la galassia c'era un pianeta.
E dentro il pianeta c'era un continente.
E dentro il continente c'era uno stato.
E dentro lo stato c'era un paese.
E dentro il paese c'era una collina.
E sopra la collina c'era un castello.
E in quel castello c'era una stanza.
E in quella stanza c'era un principe.

Principe Beniamino.


C'era una volta Beniamino.



Beniamino è un bambino come tutti, anche se nato, secondo la finzione fiabesca, da una Reginamamma e un Repapà. Un bambino fortunato, non tanto perché principe, ma perché potrà crescere e imparare “[...] le cose. E le parole musica delle cose, e le parole che fanno le cose.” Già in questa frase è racchiusa molta parte del senso del fare ed essere scuola.









Beniamino cresce e con le parole crea il mondo: il suo e quello dei suoi genitori, che per la felicità cavalcano, danzano, piantano un albero d'olivo, si tuffano, fanno posto nel lettone, spalancano porte, ridono. 






Infine, quando Beniamino è pronto, dopo una festa bella quanto quella per la sua nascita, Reginamamma e Repapà si fermano e...



In quell'istante che era dentro un minuto.
E in quel minuto che era dentro un'ora.
E in quell'ora che era dentro un giorno.

[...]

Ecco, proprio in quell’istante, Reginamamma e Repapà usarono queste precise parole: «Fai buon viaggio».


E lo guardarono andare, salutandolo con gli occhi e col cuore che ballava.

Cristina Bellemo - Alicia Baladan, Storia piccola, Topipittori



mercoledì 18 aprile 2018

Prendersi cura, e poi lasciar andare


Oggi è l’ultimo giorno, di questi cinque anni, dedicato ai colloqui individuali. Che, lo devo dire, a volte non sono facili, altre ti procurano dei veri e propri dolori, ma per la maggior parte sono davvero la prova che famiglie e insegnanti costruiscono insieme, e insieme accompagnano, sostengono, lasciano andare.

Ed è proprio sul necessario lasciar andare -avendo avuto cura, prima, di aver aiutato ogni bambina e ogni bambina a padroneggiare gli strumenti necessari per camminare in autonomia- che mi pare bello, e giusto, riprendere in mano il libro che più di ogni altro, in questi anni, mi sembra parlare di questo ad ogni adulto che dei bambini si prenda cura.

Prendersi cura, e poi lasciare andare. Credo che il compito di ogni adulto, nei confronti dell'infanzia, stia tutto in queste parole.






Scrivevo, ormai quasi tre anni fa:

Lunedì 7 settembre 2015

Apro il libro. La risguardia è ordine e delicatezza: gli alberi si stagliano puliti sul fondo chiaro, dove i sentieri formano una trama semplice e garbata.
Questa sobrietà, questa pulizia, continuano anche su colophon e frontespizio, dove nuovi alberi, di forme e colori diversi, sono al centro della scena, mentre autori ed editore sembrano ritrarsi per far spazio all'immagine.

Giro pagina, e mi ritrovo, attratta come sono dalle parole e dalla forma che assumono sulla pagina quanto dalle immagini, già rapita dal susseguirsi di due parole: 

E dentro

C'era una volta l'infinito.
E dentro l'infinito c'era una galassia.
E dentro la galassia c'era un pianeta.
E dentro il pianeta c'era un continente.
E dentro il continente c'era uno stato.
E dentro lo stato c'era un paese.
E dentro il paese c'era una collina.
E sopra la collina c'era un castello.
E in quel castello c'era una stanza.
E in quella stanza c'era un principe.

Principe Beniamino.



Immagino i visi e le espressioni dei bambini mentre leggerò queste righe, e prendo nota del fatto che, mentre leggevo, molti pensieri diversi mi hanno attraversato la mente: ma quello che non devo assolutamente dimenticare è che questo incipit è perfetto per riprendere con i miei bambini la grammatica, e con essa la distinzione tra articoli indeterminativi e determinativi.

Cosa c'è di più chiaro di l'infinito che contiene una galassia, una tra le tante?

Ma poi, una galassia diventa la galassia, perché è proprio quella che ci interessa, una sola tra le tante, e dentro la galassia c'è un pianeta, che nel verso successivo (verso, certo, perché questa prima pagina non è nient'altro che poesia, o filastrocca, in ogni caso un luogo in cui il ritmo e il suono delle parole concorrono in modo essenziale al loro significato) diventa a sua volta, ormai è chiaro, il pianeta. E così via.
E poi dentro, sopra, quello, quella. E la corretta scrittura di c'era.
E Principe Beniamino, alla fine della pagina, un verso solitario, diviso dalla strofa precedente, e senza articolo, neppure quello determinativo – però con due maiuscole (vi ricordate, bambini, quando si usano le maiuscole?).

La grammatica, dicevo, certo. Perché la amo, perché dà forma e significato alla parola. Perché, per fortuna o purtroppo, raramente dimentico di essere una maestra, e da maestra ho sempre fatto grammatica a partire dai libri e dai testi letti in classe, senza mai dividere la riflessione linguistica dalla lettura e dalla scrittura, e possibilmente su un unico quaderno, perché tutto sia unito, collegato.

Ma il libro prosegue, e le parole mi hanno distolto dall'immagine successiva: solo ora forse posso capire perché la ricerca di quella speciale tonalità di rosso sia stata così complessa.
Giro nuovamente pagina, ed eccolo, Principe Beniamino.

Anzi:

C'era una volta Beniamino.

Un bambino, un bambino come tutti, anche se nato da una Reginamamma e un Repapà. Un bambino fortunato, non tanto perché Principe, ma perché potrà crescere e imparare “[...] le cose. E le parole musica delle cose, e le parole che fanno le cose.”
Non posso impedirlo: penso ai tanti, troppi bambini che non potranno crescere, non potranno imparare. A quelli che hanno avuto almeno l'onore del ricordo, e del cordoglio del mondo, perché divenuti simbolo, e ai tanti, troppi, di cui non conosceremo mai il nome.

Beniamino cresce, e con le parole crea il mondo: il suo e quello dei suoi genitori, che per la felicità cavalcano, danzano, piantano un albero d'olivo, si tuffano



fanno posto nel lettone, spalancano porte, ridono. E poi, quando Beniamino è pronto, dopo una festa grande quanto quella per la sua nascita, Reginamamma e Repapà di fermano e...

In quell'istante che era dentro un minuto.
E in quel minuto che era dentro un'ora.
E in quell'ora che era dentro un giorno.
[...]”
 
Non posso proprio svelarvi il finale: posso solo dirvi che è il finale perfetto.

martedì 8 settembre 2015

Chissadove, ovvero L'accoglienza di piccoli e grandi (genitori compresi)

Un post "vecchio" di due anni, ma sempre attuale, tanto più che il libro è stato recentemente ristampato: non perdetevelo!


Settembre 2013

Sono una profana, e forse sto dicendo una bestialità, ma la copertina di questo albo

Chissadove



scritto da Cristiana Valentini per Zoolibri e illustrato con delicatezza dal giovane e talentuoso Philip Giordano (qui il suo blog), mi ha fatto immediatamente pensare a “L’albero della vita “ di Klimt





Per quest’opera ho una predilezione legata, come spesso mi accade, a momenti significativi passati con i miei ormai ex alunni e a un’attività che ha saputo stimolare passione e impegno e produrre risultati talvolta inattesi. Irrazionalmente non ho potuto fare a meno di pensare che con questo libro sarebbe avvenuto lo stesso.

Proprio questa mattina, con la mia amica Daria, che come me avrà le prime a settembre, ci si chiedeva “Con cosa iniziamo?”. Una risposta è stata: “Forse con la A di albero: mi sembra che ci sia così tanto, dentro…”

Ecco, nel pomeriggio, una possibile concretizzazione di questa risposta, ricca di significato come solo a volte ciò che è casuale riesce ad essere: Chissadove, una storia perfetta per i bambini, pensati dalla prima alla quinta, e tanto più per i genitori, che ce li affideranno per cinque anni…Proprio di fiducia si parlava ieri.




I piccoli semi di un albero sono impazienti di crescere e diventare a loro volta alberi, per poter finalmente parlare. Ognuno di essi vola via, chi lontano, chi vicino vicino, chi forse a chissadove.

Tutti tranne uno, che rimane attaccato all’albero. “Solo per un giorno!”, dice l’albero all’inizio, ma i giorni passano, e di motivi per non staccarsi l’albero e il seme ne trovano in quantità. Finché un mattino, una gazza…

Come incomincia:

In mezzo alla collina c’era un albero ricco di piccoli semi che crescevano silenziosi e impazienti di diventare alberi per poter un giorno parlare.
Per dire buongiorno”, “buonasera” e persino “precipitevolissimevolmente”…
Beh, forse non tutti ci riusciranno.
Un giorno fiorito arrivò il vento che accarezzò i rami e l’albero salutò i piccoli semi che iniziarono così il lungo viaggio per chissadove.
Per diventare alberi c’è chi volò al caldo sud,
c’è chi volò al freddo nord,
c’è chi volò, vicino vicino, dentro un vaso su un balcone.
E c’è chi andò, lontano lontano, forse a chissadove.
“Oh…” disse l’albero quando vide un piccolo seme attaccato alla sua chioma: “Sei ancora qui? Se non ti sbrighi perderai il vento!”
Ma il piccolo seme non si mosse. “Se non ti sbrighi perderai i tuoi amici!”.
Niente, il piccolo seme non si mosse.

VALENTINI – GIORDANO, Chissadove, zoolibri






Perché forse, riflettevo, al primo incontro con i genitori, prima ancora di parlare del materiale,  dell’organizzazione della giornata scolastica o delle regole, è necessario parlare di questi “semi”, che vengono affidati alla scuola, agli insegnanti, per tanta parte di tante giornate; perché se non c’è la necessaria fiducia, e la necessaria capacità di separare, e separarsi, per alcune ore, per il tempo passato in un ambito diverso da quello domestico, in un ambiente dove legami e dinamiche relazionali cambiano (e io genitore mi devo fidare se l’insegnante mi dice che mio figlio a scuola si comporta in un modo che io non riconosco…), tutto diventa più difficile, faticoso, a volte insormontabile. Perché se io insegnante non parlo occhi negli occhi con ogni genitore, fidandomi di lui e chiedendogli di fidarsi di me, della mia professionalità, del mio buonsenso, della buonafede con cui talvolta commetterò gli inevitabili errori (di cui chiederò scusa per primi ai bambini), allora mi manca quella capacità di educare educandomi, di tirare fuori da ogni bambino il meglio che può dare, chiedendo l’identica cosa a me stesso.

Qui  la sentita recensione della mia amica Maria Polita, di Scaffale Basso


In classe, dopo i primi giorni, l’albero di Chissadove con i suoi semini






si è trasformato nell’albero della classe, con gli autoritratti dei bambini


(so che sono due alberi diversi, ma non potevo fare differenze: le prime sono due!).

Buon inizio a tutti!