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venerdì 21 giugno 2019

Leggere ovunque, leggere sempre


I compiti per le vacanze, da sempre, per me significano leggere.

Non sono ancora riuscita a preparare una buona bibliografia per le mie bambine e i miei bambini, così approfitto di chi ha già preparato degli ottimi consigli di lettura.
Un consiglio, però, uno solo, per il momento, già ce l'ho. Ancora una volta, lui: Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima e Jack Agnello Modica, Edizioni Corsare


I consigli di Maria Polita, Scaffale Basso...

quelli di Francesca Tamberlani, Milkbook


martedì 19 luglio 2016

(Ri)Letture estive: La leggerezza perduta



Da qualche anno (dopo i quaranta, credo) mi sono accorta di avere un’esigenza, più volte ripetuta e mai realizzata: rallentare, fare meno e meglio, cercando soprattutto di imparare a dire qualche no e scegliere quel che davvero mi riempie di gioia…perché, ne sono convinta, se riusciamo a fare qualcosa che ci piace davvero tanto, diventiamo più buoni e simpatici con tutti.

Forse è per questo che La leggerezza perduta, scritto da Cristina Bellemo, illustrato da Alicia Baladan e pubblicato da Topipittori, ha conquistato di diritto un posto d’onore nella mia libreria.




C’era una volta, tanto tempo fa, un castello. Un castello di quelli che c’erano una volta, per l’appunto. Dentro al castello ci stava un borgo intero e a capo del borgo, e anche del castello, come si conviene, stava un re. Ma a guardarlo bene, quello non era mica un castello come gli altri.

Comincia così questo apologo in forma di fiaba che racconta la storia di un re alle prese con un problema di un certo peso: come far tornare leggero il suo regno sommerso da cose stupide, ingombranti e futili. Una storia per scoprire il significato di concetti indispensabili, come “crescita sostenibile”, “crisi economica”, “utile e superfluo” E per imparare a riconoscere quel che serve davvero per vivere felici. (dal sito http://www.topipittori.it/it/catalogo/la-leggerezza-perduta)


Mi è capitato tempo fa di proporre la lettura di questo albo in un contesto extrascolastico, ad una platea di una quarantina di genitori con rispettivi figli: tutti silenziosi e attenti, anche i più piccoli, per i quali qualche passaggio del testo può risultare meno immediatamente comprensibile. 
Lo scopo della lettura era creare, in particolare nel pubblico adulto, la sensazione di aver ricevuto qualcosa in dono: la possibilità di ascoltare una fiaba, come da piccoli, dieci minuti di sospensione dal caos e dalla fatica della vita quotidiana, lo stimolo a riflettere su quanto spesso questa nostra vita sia letteralmente zeppa di ciò che non ci serve, che ci appesantisce, che rischia di farci precipitare.





L’ho detto altre volte: non ho le competenze per scrivere una recensione, neppure di un libro che esprime in modo mirabile una verità profondissima. Ma posso dire, e scrivere, che questo libro va letto, per se stessi e per gli altri, piccoli o grandi che siano. Perché ognuno di noi ha sicuramente qualcosa di cui liberarsi, come il re della storia.

Mi è molto simpatico, re Celeste 123. Perché non esita un istante a sbarazzarsi della corona. Pensateci bene: non si può vivere con una corona in testa. Non ci si può piegare (ma forse i re non ne hanno bisogno), né lavare, né sdraiarsi per dormire o guardare che forma hanno le nuvole. Non si può giocare a palle di neve, farsi leccare la faccia dal proprio cane, lanciarsi col paracadute o tuffarsi da uno scoglio…
 


Come incomincia:

C'era una volta, tanto tempo fa, un castello. Un castello di quelli che c'erano una volta, per l'appunto.
Detro al castello ci stava un borgo intero e a capo del borgo, e anche del castello, come si conviene, stava un re.
Ma a guardarlo bene, quello non era mica un castello come gli altri.

Il fatto è che stava appoggiato su una nuvola: proprio così, e da sempre. Lì sospeso nel cielo, come fosse fatto di nuvola pure lui. Invece era un castello vero, di sassi e mattoni, di totti e bastioni, di merli, merletti e garitte. E c'era anche il ponte levatoio che quando s'apriva, com'è ovvio, si posava nell'aria, sul niente.
Dietro ai merli stavano i cammini di ronda, su cui passeggiavano i soldati, sempre attenti, dentro l'elmo e l'armatura e dietro lo scudo, che non comparisse all'orizzonte qulache nemico.

In verità, l'orizzonte non c'era, lì, stava molto più in basso, e di nemici non se n'era visto mai uno, né uno straccio di assedio: niente di niente,calma piatta.
In effetti, chi darebbe l'assedio a un castello adagiato su una nuvola? Forse dei cavalieri alati, ma si vede che avevano altro da fare, perché lì non se n'erano mai presentati, nemmeno uno che giungesse a movimentare un po' quei turni di guardia così inutili e noiosi.
Solo qualche rondine, ogni tanto, i accostava ai merli. D'altra parte, tra volatili ci si capisce al volo.

BELLEMO C. - BALADAN A., La leggerezza perduta, Topipittori


        

mercoledì 29 giugno 2016

Letture estive: Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare



“[…] Promettimi che non ti mangerai l’uovo” stridette  aprendo gli occhi.

“Prometto che non mi mangerò l’uovo” ripeté Zorba.

“Promettimi che ne avrai cura finché non sarà nato il piccolo” stridette sollevando il capo.

“Prometto che avrò curo dell’uovo finché non sarà nato il piccolo”.

“E promettimi che gli insegnerai a volare” stridette guardando fisso negli occhi il gatto.

Allora Zorba si rese conto che quella sfortunata gabbiana non solo delirava, ma era completamente pazza.

“Prometto che gli insegnerò a volare. E ora riposa, io vado in cerca di aiuto” miagolò Zorba balzando direttamente sul tetto. 


Una perfetta e intensa metafora di ogni rapporto di cura: non mangiare l’altro, prendersene cura, insegnargli a volare. In altre parole: permettergli di diventare grande, senza annullarlo col nostro amore, e insegnargli ad andarsene, in autonomia e libertà. Cos’altro chiedere a un insegnante, a un genitore, a qualsiasi adulto che si occupi dell’infanzia?
 







I gabbiani sorvolano la foce dell'Elba, nel mare del Nord. "Banco di aringhe a sinistra" stride il gabbiano di vedetta e Kengah si tuffa. Ma quando riemerge, il mare è una distesa di petrolio. A stento spicca il volo, raggiunge la terra ferma, ma poi stremata precipita su un balcone di Amburgo. C'è un micio nero di nome Zorba su quel balcone, un grosso gatto cui la gabbiana morente affida l'uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto dal gatto solenni promesse: che lo coverà amorevolmente, che non si mangerà il piccolo e che, soprattutto, gli insegnerà a volare. E se per mantenere le prime due promesse sarà sufficiente l'amore materno di Zorba, per la terza ci vorrà una grande idea e l'aiuto di tutti...

SEPULVEDA L., Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Salani